La gravidanza potrebbe rappresentare un'opportunità preziosa e ancora sottoutilizzata per identificare precocemente le donne a rischio di malattie cardiovascolari (MCV). È quanto emerge da uno studio di coorte di popolazione appena pubblicato su JAMA Cardiology.
Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nelle donne a livello mondiale, eppure gli strumenti di screening precoce specificamente calibrati sul sesso femminile rimangono limitati. La gravidanza, da tempo definita un "test da sforzo cardiovascolare naturale", potrebbe offrire una finestra diagnostica finora non pienamente sfruttata. I professionisti che seguono la donna in gravidanza hanno accesso a una serie di informazioni cliniche e biologiche — pressione arteriosa, anamnesi ostetrica, esami ematochimici — che, alla luce di questi nuovi dati, potrebbero assumere un significato prognostico ben oltre questo periodo.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 38.455 donne danesi le cui gravidanze giunte ad almeno la 22ª settimana tra giugno 2010 e ottobre 2013, escludendo le pazienti con MCV preesistente. Di queste, 2.056 avevano eseguito prelievi ematici per la determinazione di biomarcatori a 12 o 29 settimane di gestazione. Il follow-up si è protratto fino al 31 dicembre 2023, per una mediana di circa 12 anni.
Nel corso del follow-up, 28 donne (1,4% del sottogruppo con biomarcatori) hanno sviluppato una malattia cardiovascolare. I risultati indicano che età materna avanzata e disturbi ipertensivi della gravidanza sono predittori indipendenti di MCV a lungo termine.
Tra i biomarcatori, i livelli elevati nel terzo trimestre di troponina I cardiaca ad alta sensibilità (hs-cTnI) e di sFlt-1 (soluble fms-like tyrosine kinase-1) si sono rivelati predittori indipendenti di eventi cardiovascolari futuri. Quest'ultimo marcatore, già utilizzato nello screening della preeclampsia, acquisisce così una potenziale valenza prognostica aggiuntiva.
Un modello che combinava età materna e sFlt-1 a 29 settimane mostrava una capacità predittiva superiore rispetto all'età da sola. Le associazioni si confermavano robuste anche nelle nullipare e nelle donne senza precedenti ipertensivi o complicanze ipertensive della gravidanza, ampliando la platea di pazienti potenzialmente identificabili.
Le associazioni si confermavano stabili anche nelle donne senza ipertensione pregressa, senza complicanze ipertensive della gravidanza e nelle nullipare.
I dati supportano l'ipotesi che la gravidanza costituisca una fase strategica per la valutazione del rischio cardiovascolare femminile. Il monitoraggio di specifici biomarcatori nel terzo trimestre potrebbe consentire di identificare per tempo le donne ad alto rischio, aprendo la strada a strategie di prevenzione mirate e a un follow-up cardiologico personalizzato nel corso della vita.
Si aprono così scenari concreti per un modello di presa in carico integrata: il ginecologo, già depositario dell'anamnesi ostetrica completa, potrebbe diventare il primo referente per l'avvio di un percorso di sorveglianza cardiovascolare nelle donne con profili di rischio emergenti durante la gravidanza. Segnalazioni mirate al cardiologo nel post-partum, e non solo in presenza di preeclampsia conclamata, potrebbero tradursi in strategie di prevenzione primaria più efficaci e tempestive.
Gli autori sottolineano che ulteriori studi di validazione sono necessari prima di raccomandare l'integrazione sistematica di questi biomarcatori nel percorso ostetrico routinario.