Prolungare la terapia endocrina adiuvante oltre i cinque anni standard nelle pazienti in premenopausa con carcinoma mammario ormonopositivo e coinvolgimento linfonodale è associato a una riduzione delle recidive e delle metastasi a distanza. Il dato emerge da uno studio coordinato dall'Istituto Europeo di Oncologia e pubblicato su Journal of Clinical Oncology.
L’analisi ha incluso 501 pazienti di età pari o inferiore a quaranta anni, operate per carcinoma mammario precoce positivo ai recettori ormonali e con interessamento linfonodale. Tutte avevano completato cinque anni di terapia adiuvante con analogo dell’ormone di rilascio delle gonadotropine e risultavano ancora in premenopausa senza evidenza di malattia. Circa metà delle pazienti ha proseguito la terapia endocrina oltre il quinto anno, per una durata mediana di 3,7 anni, mentre l’altra metà ha interrotto il trattamento ed è stata seguita con i controlli clinici.
Dopo un follow-up mediano di 7,3 anni dal baseline di studio, la sopravvivenza libera da carcinoma mammario invasivo a cinque anni è risultata pari all’85% nel gruppo che ha proseguito la terapia e al 78% nel gruppo che l’ha interrotta, con un hazard ratio di 0,63. La sopravvivenza libera da metastasi a distanza è stata del 91% nel gruppo con terapia estesa e dell’83% nel gruppo senza estensione, con un hazard ratio di 0,49. In entrambi i gruppi fratture ossee ed eventi cardiovascolari maggiori sono stati riportati nell’1% delle pazienti.
Lo studio è frutto della collaborazione tra Istituto Europeo di Oncologia e Harvard University ed è guidato da Carmine Valenza, medico della Divisione nuovi farmaci per terapie innovative dello IEO e ricercatore presso il Dana-Farber Cancer Institute. All’interno dello IEO sono state coinvolte anche la Divisione di senologia medica, diretta da Marco Colleoni, e il team di ricerca coordinato da Elisabetta Munzone. Per il gruppo statunitense hanno partecipato, tra gli altri, Ann Partridge, direttrice del programma di ricerca sul carcinoma mammario nelle giovani pazienti, e Meredith Regan.
Secondo Valenza, «questo studio è fondamentale perché è il primo che si occupa dell’estensione della terapia adiuvante nelle pazienti più giovani che hanno ricevuto l’LHRH-analogo per cinque anni, e colma quindi una lacuna che si fa sempre più importante con l’aumentare delle diagnosi di tumore mammario nelle under quaranta». Il ricercatore aggiunge che, al termine dei primi cinque anni di trattamento, «non c’erano dati se prolungare la terapia, come nelle pazienti in postmenopausa, o fermarsi e proseguire solo con le visite di controllo. Da oggi finalmente abbiamo una solida base di dati per proporre a ogni paziente la prosecuzione della terapia, tenendo conto del lungo progetto di vita che ha davanti a sé».
Per Giuseppe Curigliano, professore ordinario e responsabile della Divisione nuovi farmaci per terapie innovative dello IEO, «sono orgoglioso di questo risultato, che pone una pietra miliare nel campo del carcinoma mammario nelle pazienti giovani, ancora poco rappresentate negli studi clinici». Curigliano ricorda inoltre che «dal 2014, anno della pubblicazione dello storico studio sulla terapia adiuvante con LHRH-analogo nelle pazienti in premenopausa, la ricerca non aveva più fatto passi avanti in questo settore fondamentale», sottolineando che la pubblicazione su Journal of Clinical Oncology «lascia un segno tangibile sul miglioramento della sopravvivenza delle nostre giovani pazienti».
Lo studio ha un disegno osservazionale di coorte e utilizza un’analisi con ponderazione tramite propensity score. Gli autori concludono che l’estensione della terapia endocrina dopo cinque anni di trattamento con analogo LHRH è associata a una riduzione clinicamente significativa delle recidive invasive e delle metastasi a distanza nelle pazienti in premenopausa con malattia a rischio.