Le temperature notturne della camera da letto superiori a 24°C aumentano il rischio di alterazioni clinicamente rilevanti nella variabilità della frequenza cardiaca (HRV) e nella frequenza cardiaca negli anziani. È quanto emerge da uno studio pubblicato su BMC Medicine che ha monitorato gli effetti della temperatura ambientale sulla funzione cardiovascolare durante il sonno.
Nonostante le raccomandazioni dell'OMS sulle temperature interne diurne massime, attualmente non esistono linee guida riguardo le temperature notturne, sebbene gli effetti del calore siano comunque documentati.
Per colmare questa mancanza, lo studio ha valutato gli effetti delle temperature notturne sulla frequenza cardiaca e sull'HRV in adulti anziani. Sono stati reclutati 47 individui di età compresa tra 68 e 77 anni tra settembre e ottobre 2024. La maggior parte dei partecipanti era di sesso femminile (68%) e utilizzava farmaci su prescrizione (70%).
I partecipanti hanno indossato dispositivi di monitoraggio fisiologico al polso durante il periodo osservazionale, che copriva l'estate australiana (1 dicembre 2024 - 17 marzo 2025). La frequenza cardiaca è stata monitorata mediante fotopletismografia (PPG), mentre l'HRV è stata stimata dagli intervalli temporali ottenuti dal segnale PPG.
Sensori di monitoraggio ambientale hanno raccolto dati su umidità relativa e temperatura dalle camere da letto e dalle aree living dei partecipanti. L'outcome primario era l'RMSSD (root mean square of successive differences) durante i periodi di sonno tra le 21:00 e le 7:00. I dati di temperatura notturna sono stati classificati in quattro categorie: <24°C, 24-26°C, 26-28°C e 28-32°C.
I risultati forniscono evidenze fisiologiche che collegano temperature notturne più elevate a disruption autonomica, rafforzando le associazioni tra notti calde ed effetti avversi sulla salute. I ricercatori hanno riscontrato che temperature notturne più elevate compromettevano la capacità del sistema nervoso autonomo di recuperare durante il sonno. Quando la camera da letto superava i 24°C, si osservavano segnali di aumentato stress cardiovascolare e ridotta attività del sistema parasimpatico, quello responsabile del rilassamento e del recupero notturno.
In particolare, con temperature tra 24-26°C, 26-28°C o 28-32°C, aumentavano significativamente le probabilità di aumento di irregolarità e frequenza del battito cardiaco. Questi effetti si manifestavano indipendentemente dall'assunzione di farmaci da parte dei partecipanti.
Le alterazioni osservate suggeriscono uno spostamento verso maggiore stress fisiologico e alterato equilibrio, caratterizzato da compromissione dell'attività parasimpatica e interruzione del recupero autonomico notturno. I risultati evidenziano l'importanza di considerare linee guida sulla temperatura interna notturna, in particolare tenere una temperatura di 24°C o inferiore emerge come soglia plausibile basata sulle risposte fisiologiche osservate.
Data la crescente prevalenza di notti calde legate ai cambiamenti climatici, questi risultati sottolineano la necessità di sviluppare raccomandazioni specifiche per le temperature notturne ottimali, particolarmente per le popolazioni vulnerabili come gli anziani.
Studi futuri dovrebbero indagare interventi che allevino l'esposizione al calore notturno e valutare se i miglioramenti degli ambienti termici si traducano in minore stress cardiovascolare e migliori risultati di salute.
Matteo Vian