Circa una persona su dieci nel mondo riferisce sintomi gastrointestinali o extraintestinali dopo l’assunzione di cibi contenenti glutine, pur in assenza di celiachia o allergia al grano.
È quanto emerge da una metanalisi pubblicata su Gut che mette in luce l’importanza dei fattori psicologici e dell’asse intestino-cervello (gut-brain axis) nella fisiopatologia della sensibilità al glutine non celiaca (NCGWS).
L’assenza di marcatori sierologici specifici e la necessità di escludere celiachia e allergia al grano rendono la diagnosi di NCGWS una sfida clinica.
In studi controllati con placebo e disegno crossover, è stato riscontrato un forte effetto nocebo, indicando che non tutti i casi auto-riferiti corrispondono a una reale sensibilità al glutine.
Tuttavia, circa il 40% dei soggetti che si autodefiniscono sensibili al glutine segue una dieta gluten-free, spesso senza supervisione medica o nutrizionale, con rischio di deficit nutrizionali, impatto psicologico e costi evitabili.
Analizzando 25 studi condotti tra il 2014 e il 2024 in 16 Paesi, per un totale di 49.476 partecipanti, i ricercatori hanno stimato una prevalenza globale di NCGWS pari al 10,3%.
La sensibilità auto-riferita è risultata significativamente più comune nelle donne e associata a disturbi psicologici quali ansia e depressione, oltre che a sindrome dell’intestino irritabile (IBS).
Le percentuali variano ampiamente: dallo 0,7% in Cile al 36% in Arabia Saudita, passando per il 23% nel Regno Unito e il 5,1% negli Stati Uniti. La prevalenza risulta più elevata nei Paesi ad alto reddito, probabilmente per differenze culturali, dietetiche e per la maggiore diffusione dei prodotti “gluten free”.
I sintomi più frequentemente riportati dai soggetti con NCGWS includono gonfiore (71%), disagio addominale (46%), dolore addominale (36%) e affaticamento (32%).
L’ampia varietà di manifestazioni, spesso sovrapponibili ai disturbi funzionali gastrointestinali, rafforza l’ipotesi di un coinvolgimento centrale del sistema nervoso enterico e del gut-brain axis, piuttosto che di una risposta immuno-mediata.
Secondo gli autori, ciò suggerisce che i meccanismi alla base della NCGWS siano più riconducibili ai disturbi dell’interazione intestino-cervello (DGBI) che a risposte immunitarie, come avviene nella celiachia.
Gli autori sottolineano quindi la necessità di sviluppare criteri diagnostici basati sui sintomi e un approccio di gestione personalizzato, che consideri anche altri potenziali trigger alimentari, come i FODMAPs (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli), in particolare i fruttani, abbondanti negli alimenti a base di frumento.
Nonostante tali limiti, i risultati offrono una base solida per riconsiderare la NCGWS come disturbo dell’interazione intestino-cervello e non come condizione immuno-mediata, suggerendo un approccio clinico multidimensionale che includa valutazione psicologica, educazione alimentare e riduzione delle restrizioni non necessarie.