L’ossigenoterapia ad alto flusso riduce la necessità di intubazione, ma non migliora la sopravvivenza nei pazienti con insufficienza respiratoria ipossiemica acuta, è quanto emerge uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine.
L’insufficienza respiratoria ipossiemica acuta è una condizione comune nei pazienti ricoverati in terapia intensiva ed è associata a un’elevata morbilità e mortalità. L’ossigeno ad alto flusso somministrato tramite cannula nasale è stato proposto come alternativa all’ossigenoterapia convenzionale, poiché consente di erogare gas riscaldato e umidificato a flussi elevati, migliorando l’ossigenazione e riducendo lo sforzo respiratorio. Tuttavia, l’effetto di questa terapia sugli esiti clinici più rilevanti, come la mortalità, non è mai stato approfondito.
Lo studio ha coinvolto oltre 1100 pazienti in pazienti con insufficienza respiratoria ipossiemica acuta, frequenza respiratoria elevata e forte coinvolgimento polmonare verificato con tecniche di imaging.
In questo studio, i ricercatori hanno confrontato l’ossigenoterapia ad alto flusso con l’ossigenoterapia convenzionale in pazienti con insufficienza respiratoria ipossiemica acuta.
Il risultato principale indagato era la mortalità a 28 giorni. I risultati hanno mostrato che non vi era alcuna differenza significativa nella mortalità tra i due gruppi. Tuttavia, i pazienti trattati con ossigeno ad alto flusso avevano una probabilità inferiore di richiedere intubazione rispetto a quelli trattati con ossigeno standard.
Inoltre, l’ossigenoterapia ad alto flusso è stata associata a un miglioramento di alcuni parametri respiratori e a un maggiore comfort per il paziente.
Gli autori osservano che, sebbene la riduzione del ricorso all’intubazione rappresenti un beneficio clinico importante, l’assenza di un effetto sulla mortalità suggerisce che questa strategia non modifica l’esito finale della malattia.
In conclusione, i ricercatori affermano che l’ossigenoterapia ad alto flusso può essere utilizzata per ridurre la necessità di ventilazione invasiva, ma non dovrebbe essere considerata una terapia in grado di migliorare la sopravvivenza nei pazienti con insufficienza respiratoria ipossiemica acuta.