Le pratiche assistenziali per i nati pretermine in Italia mostrano una sostanziale omogeneità tra centri di diverso livello, con le stesse cure garantite sia nei reparti dotati di Terapia Intensiva Neonatale sia in quelli privi di TIN. Lo dimostra una survey nazionale condotta dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN) su 197 ospedali i cui risultati sono stati presentati al XXXII Congresso Nazionale di Bari.
I neonati moderate preterm (32-33 settimane) e late preterm (34-36 settimane) rappresentano circa il 5,7% dei nati totali in Italia, ovvero circa 20.000 neonati l’anno. Si tratta di una popolazione numericamente rilevante ma storicamente meno studiata rispetto ai pretermine gravi ed estremi. Questa carenza di evidenze ha una ricaduta diretta sulla pratica clinica: non disponendo di protocolli dedicati, gli operatori si trovavano spesso a gestire le cure adattando diverse procedure senza protocolli specifici. Il risultato è una sorta di “zona grigia” assistenziale, tanto più problematica se si considera che studi epidemiologici documentano come questi neonati mantengano durante tutta la vita un rischio aumentato di malattie croniche rispetto ai nati a termine.
La complessità del problema è accentuata dall’eterogeneità interna della categoria stessa. Nelle cinque settimane che spaziano da 32+0 a 36+6 giorni di gestazione si passa da neonati il cui sviluppo intrauterino si è interrotto così precocemente da renderli equiparabili ai molto pretermine a neonati appena più prematuri di un nato a termine, gestibili con poche attenzioni aggiuntive. È proprio per mappare come i reparti italiani si muovono in questo spazio clinico eterogeneo che la SIN ha costituito una commissione ad hoc, incaricata di elaborare la survey presentata al congresso.
L’indagine, condotta tra marzo e maggio 2026, ha raggiunto un alto tasso di risposta. Per i moderate preterm, assistiti esclusivamente nei reparti con TIN e mai secondo le routine del nato a termine, la survey si è concentrata su due ambiti prioritari: l’assistenza respiratoria e il follow-up, ovvero le aree in cui è più rilevante differenziare l’approccio rispetto ai neonati più prematuri. Per i late preterm, che possono essere seguiti anche in strutture prive di TIN, a seconda delle problematiche cliniche presenti, la valutazione è stata più articolata: sono stati analizzati la gestione in sala parto (contatto pelle a pelle, attacco precoce al seno), il rooming-in, l’esecuzione routinaria di esami di laboratorio e diagnostica per immagini, l’approccio al distress respiratorio e il tipo di follow-up proposto, con riferimento agli standard neonatali europei.
I risultati mostrano una discreta omogeneità di fondo nell’approccio assistenziale. In particolare, emerge un’ampia diffusione di pratiche consolidate come il rooming-in. Il dato forse più significativo riguarda la convergenza tra centri di primo livello (senza TIN, con équipe anche pediatrica e non solo neonatologica) e centri di secondo livello (con TIN) che testimonia l’efficace penetrazione delle evidenze scientifiche disponibili a tutti i livelli assistenziali. Permangono tuttavia alcune differenze organizzative legate alla disomogeneità interna di questa popolazione neonatale soprattutto tra i nati prima delle 35 settimane, considerati più simili ai moderate preterm, con implicazioni sulla scelta dei protocolli da applicare.
“La conoscenza dello stato attuale delle cure e dell’atteggiamento nei confronti dei neonati moderate e late preterm è un passo rilevante per un approccio razionale al miglioramento della loro assistenza”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN. “I dati raccolti ci offrono una fotografia più chiara delle pratiche cliniche nei nostri reparti. Solo partendo da questa consapevolezza potremo definire percorsi assistenziali standardizzati e raccomandazioni clinico-assistenziali ad hoc, alfine di ottimizzare le risorse e garantire a questi neonati e alle loro famiglie un’assistenza adeguata e uniforme su tutto il territorio nazionale”.