Le terapie hanno fatto passi da gigante, ma per eliminare le epatiti virali entro il 2030, come indicato dall'Organizzazione mondiale della sanità, la sfida si gioca soprattutto sulla capacità di diagnosticare le infezioni ancora sommerse, rafforzare la prevenzione e garantire un accesso equo alle cure. È il messaggio lanciato dalla Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit) in occasione della Giornata mondiale dell'Epatite del 28 luglio. Per l'epatite C, sottolinea Nicola Coppola, professore ordinario di Malattie infettive all'Università Luigi Vanvitelli di Napoli e membro SIMIT, oggi sono disponibili terapie "straordinariamente efficaci e rapide" in grado di garantire la guarigione. La principale criticità resta quindi l'identificazione delle persone infette, con particolare attenzione alla fascia di popolazione tra i 45 e i 65 anni e ai gruppi a maggiore rischio, tra cui detenuti, migranti e persone che fanno uso di sostanze.
Diverso il quadro per le epatiti B e Delta. I nuovi casi di infezione, spiega Coppola, riguardano soprattutto persone provenienti da Paesi con una copertura vaccinale insufficiente e italiani nati prima dell'introduzione dell'obbligo vaccinale contro l'epatite B. Per l'epatite Delta è oggi disponibile un trattamento specifico, mentre la ricerca sull'epatite B punta a sviluppare terapie funzionali che consentano di interrompere definitivamente il trattamento, superando la necessità di una gestione farmacologica cronica. La prevenzione resta centrale anche per le forme acute. "I recenti picchi di epatite A acuta registrati in Lazio e in Campania, legati al consumo di frutti di mare crudi o poco cotti, dimostrano che la sorveglianza igienico-sanitaria e i controlli di filiera rimangono strumenti di prevenzione indispensabili", sottolinea Coppola. Sul fronte della vaccinazione, Gianpiero D'Offizi, responsabile della UOC Malattie infettive ed epatologia dell'IRCCS Lazzaro Spallanzani e presidente della SIMIT Lazio, richiama il ruolo dell'obbligatorietà introdotta in Italia nei primi anni Novanta per l'epatite B, definita un modello di prevenzione universale. In un contesto caratterizzato da flussi migratori e mobilità internazionale, tuttavia, la protezione deve essere estesa anche alle persone provenienti da aree ad alta endemia, oltre a consolidare la copertura degli operatori sanitari e dei viaggiatori.
La prevenzione deve inoltre considerare le infezioni a trasmissione zoonotica, come l'epatite E, che può essere associata al consumo di carne suina o di cinghiale non adeguatamente controllata. Da qui la necessità, secondo la SIMIT, di un approccio integrato che coinvolga sicurezza veterinaria, medicina territoriale e prevenzione dei comportamenti a rischio. Per raggiungere l'obiettivo fissato dall'OMS, conclude la società scientifica, la disponibilità di farmaci innovativi non è sufficiente. Servono sistemi sanitari in grado di ampliare e semplificare l'accesso ai test, intercettare le infezioni prima della comparsa delle complicanze, ridurre lo stigma e avvicinare diagnosi e cure alle persone.