Le temperature estreme mettono a dura prova la nostra salute, ma il loro impatto è ancora maggiore nei più fragili. In chi soffre di malattie neurodegenerative, come la demenza, possono aumentare il numero di accessi al pronto soccorso. È quanto emerge dai primi risultati di uno studio dell'IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, presentati al Congresso 2026 della European Academy of Neurology (EAN). Ne abbiamo parlato con Luca Vignatelli, autore principale dello studio e neurologo dell’unità di Epidemiologia e Statistica dell'IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna.
La ricerca rientra nel progetto MANDEA (acronimo di (MAlattie Neurologiche e DEterminanti Ambientali), che studia gli effetti delle temperature estreme e dell'inquinamento atmosferico sul decorso delle principali patologie neurologiche.
Cosa sappiamo oggi dell’impatto delle temperature estreme sul cervello e perché le persone con malattie neurodegenerative sono particolarmente vulnerabili?
Nonostante i numerosi studi degli ultimi vent'anni, le cause delle principali malattie neurodegenerative, demenza e malattia di Parkinson, sono ancora da definire. Anche le conoscenze sull'impatto diretto delle temperature estreme sul cervello sono ancora agli inizi.
In generale, le persone con queste patologie potrebbero essere più vulnerabili perché il cervello è già danneggiato. Inoltre, possono presentare alterazioni dei meccanismi di termoregolazione del corpo e di altri sistemi, come quello cardiovascolare. Infine, vi potrebbe essere anche una minore efficacia nell’adottare comportamenti adeguati a prevenire le esposizioni alle temperature estreme o a mitigarne gli effetti.
Il vostro studio ha valutato l’associazione tra esposizione a temperature estreme e numero di accessi al pronto soccorso (registrati dal 2015 al 2024) in oltre 13.600 persone con demenza e circa 2.800 con malattia di Parkinson residenti a Bologna. Ci parla dei risultati emersi da questa prima analisi?
Nelle persone con demenza abbiamo osservato che temperature calde elevate, superiori al 95° percentile (corrispondente a una temperatura media giornaliera di 29,7 °C a Bologna, rispetto a una mediana di 15 °C), si associano a un aumento dell'11% del rischio di accesso al pronto soccorso nei tre giorni successivi all'esposizione.
Ciò potrebbe essere dovuto all’induzione di stress fisiopatologico (ad esempio cardiorespiratorio ed idroelettrolitico) in un organismo fragile o all’effetto diretto del calore sulla funzionalità cerebrale. A causa del deterioramento cognitivo, molte persone con demenza potrebbero avere una ridotta percezione del rischio e non riuscire ad adottare comportamenti protettivi, come idratarsi adeguatamente o limitare l'esposizione al caldo.
E nel caso di temperature eccessivamente fredde?
Queste temperature, corrispondenti al 5° percentile (1,5 °C di temperatura media giornaliera), aumentano il rischio di accessi del 14% dal terzo al nono giorno dopo l’esposizione. Un dato che può essere spiegato da un effetto stagionale: la persona e il suo eventuale gruppo familiare sono costrette a chiudersi in casa, con maggiore rischio di scambio di agenti infettivi (in primis, influenzali).
Per quanto riguarda la malattia di Parkinson, non abbiamo riscontrato associazioni significative in nessuno dei due casi.
Questa differenza è dovuta a caratteristiche biologiche e cliniche diverse delle due patologie o dipende anche dalla minore numerosità del campione di pazienti con Parkinson?
Probabilmente riflette il diverso modo in cui le due malattie si manifestano. Riguardo alla biologia, sicuramente differente, non sappiamo ancora come questa possa influenzare le risposte alle temperature estreme.
Per capire fino in fondo le differenze, saranno necessarie ulteriori analisi statistiche, che includano anche esiti come la mortalità.
Il caldo sembra avere un effetto più immediato sugli accessi al pronto soccorso, mentre il freddo determina un incremento ritardato del rischio. Ciò potrebbe riflettere meccanismi fisiopatologici differenti o è dovuto al cosiddetto "harvesting effect" (o “effetto raccolto”) osservato nello studio?
L’effetto harvesting è l’aumento anticipato di un evento che riduce poi la frequenza dello stesso evento in tempi successivi. Nel caso della demenza, l’accesso in pronto soccorso probabilmente si sarebbe verificato comunque, ma in un arco di tempo più lungo. Nei periodi di temperature estreme tale effetto può ripercuotersi sul funzionamento del sistema sanitario, con giorni di affollamento nei pronti soccorsi e un maggior rischio di criticità assistenziali.
Questo studio rappresenta una delle prime analisi nell'ambito del progetto MANDEA, che esplorerà il rapporto tra fattori ambientali e malattie neurologiche. Ci dice di più?
Nel 2025 il nostro Servizio di Epidemiologia e Statistica, diretto dal dott. Nonino, ha ottenuto oltre 400.000 euro di finanziamenti per due progetti, tra cui MANDEA e NeuroNatureGreen. Entrambi studiano gli effetti delle temperature estreme e dell'inquinamento atmosferico sul decorso di patologie neurologiche ad alto impatto assistenziale come demenza, ictus, epilessia, Parkinson, SLA e sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS). L'impatto sul sistema sanitario regionale sarà misurato in termini di numero di accessi in pronto soccorso, ospedalizzazioni e mortalità. NeuroNatureGreen analizzerà inoltre il possibile effetto protettivo delle aree verdi su tali esiti.
Oltre all'IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, al progetto partecipano anche l'Università di Bologna, le AUSL di Bologna e Romagna e il CNR di Bologna.
Quali indicazioni possono essere utili a caregiver, familiari e medici? Questi dati contribuiranno a identificare anche i pazienti che necessitano di un monitoraggio clinico più stretto nei periodi di temperature estreme?
Per il momento valgono le raccomandazioni già previste dai servizi sanitari per la protezione delle persone anziane, con i caregiver come possibili attori principali. Uno degli obiettivi della nostra ricerca è definire meglio le caratteristiche dei pazienti più vulnerabili, così da orientare meglio in futuro eventuali decisioni in ambito socioassistenziale.
Con i cambiamenti climatici, i fattori ambientali stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante per la salute neurologica. Quali ricadute potrebbero avere questi studi sulla prevenzione e sull'organizzazione dei servizi sanitari?
È necessario un approccio multidisciplinare che coinvolga anche esperti di discipline diverse dalla medicina, come l’urbanistica, l’antropologia, e le scienze ambientali. Lo scopo è quello di comprendere quali fattori (ad esempio le aree verdi) possono contribuire a migliorare lo stato di salute della popolazione.
I dati che raccoglieremo potranno aiutare i decisori a organizzare meglio i servizi sanitari per prevenire gli effetti degli eventi ambientali estremi e, più in generale, orientare politiche a tutela dell'ambiente e della salute pubblica.
Alessandra Romano