Negli ultimi 12 mesi gli omicidi commessi da minori in Italia sono passati da 14 a 35 casi, con un aumento superiore al 150%. È il dato riportato dalla Società Italiana di Psichiatria e Psicopatologia Forense (SIPPF) durante il III Congresso nazionale della società scientifica, concluso oggi ad Alghero.
Secondo quanto riferito nel comunicato, gli omicidi commessi da under 18 rappresentano oggi circa il 12% del totale. In parallelo, nel 2024 l’incidenza degli omicidi commessi da minori sarebbe salita all’11% del totale, contro il 4% dell’anno precedente, mentre anche la quota di vittime minorenni sarebbe aumentata dal 4% al 7%.
Gli esperti sottolineano come il fenomeno non possa essere interpretato esclusivamente in chiave criminale. “Non siamo di fronte solo a un problema di sicurezza – spiegano i presidenti SIPPF, gli psichiatri Eugenio Aguglia e Liliana Lorettu – ma a un cambiamento nella qualità del disagio. In molti casi la violenza rappresenta il primo segnale visibile di una fragilità psichica che non era stata diagnosticata”.
Nel comunicato viene evidenziato anche il ruolo delle sostanze. Secondo Massimo Clerici, presidente della Società Italiana di Psichiatria delle Dipendenze, “l’uso di cannabinoidi sintetici, alcol e combinazioni di farmaci può agire come fattore scatenante, amplificando comportamenti impulsivi o determinando stati di alterazioni comportamentali difficili da distinguere, sul piano clinico e giuridico”.
Particolare attenzione viene posta al cosiddetto “poly-drug use”, con utilizzo combinato di cannabinoidi e nuove sostanze psicoattive che, secondo gli esperti, possono contribuire ad aumentare la complessità della valutazione tra disturbo psichiatrico, alterazione transitoria e responsabilità penale.
Il congresso ha affrontato anche il tema della presa in carico dei minori con disagio psichico e dipendenze. Nel testo si segnala una crescita superiore al 30% della presenza media giornaliera negli Istituti penali per i minorenni tra il 2023 e il 2024, con circa l’80% degli ingressi legato a misure cautelari.
“Il rischio è che il carcere diventi un contenitore di disagio psichico – osserva Clerici – perché mancano comunità terapeutiche adeguate e percorsi integrati tra psichiatria, servizi per le dipendenze e sistema giudiziario”.
Secondo Carlo Locatelli, direttore dell’Unità operativa di Tossicologia e del Centro antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia, una quota crescente di giovani autori di reato presenta “problemi di dipendenza da nuove droghe associati a disturbi psichiatrici”, mentre l’assenza di comunità terapeutiche e di équipe territoriali dedicate rischia di favorire “un utilizzo improprio del carcere come risposta prevalente”.
Gli esperti sottolineano infine la necessità di evitare una lettura esclusivamente psichiatrica del fenomeno. “Sempre più spesso i minori si identificano in modelli relazionali e sottoculturali che normalizzano aggressività, sopraffazione e assenza di empatia”, osservano Aguglia e Lorettu, richiamando anche il ruolo di famiglia, scuola e società nella prevenzione del disagio giovanile.