Clinica
Neurologia
19/05/2026

Depressione resistente e Alzheimer, dalla rTMS nuovi dati su efficacia e tollerabilità

Al congresso ISNeT presentati aggiornamenti sulla stimolazione magnetica transcranica ripetitiva nella depressione resistente e nella malattia di Alzheimer

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La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) continua a mostrare risultati promettenti nella depressione resistente e nella malattia di Alzheimer. È quanto emerso durante il Congresso nazionale della Italian Society of Neuromodulation and Neurotechnologies (ISNeT), svoltosi alla Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma.

Nel corso della sessione inaugurale è stato presentato un aggiornamento sulle strategie di neuromodulazione per la depressione resistente al trattamento farmacologico. Secondo il comunicato, la rTMS mostra tassi di efficacia compresi tra il 50% e il 70% nei casi resistenti, con un profilo di sicurezza supportato da oltre quindici anni di evidenze cliniche.

Particolare attenzione è stata dedicata ai protocolli accelerati come la Intermittent Theta Burst Stimulation (iTBS), una forma avanzata di rTMS che riduce significativamente i tempi di trattamento. Una sessione standard di iTBS dura infatti circa 3 minuti, rispetto ai 19-38 minuti della stimolazione convenzionale. Una revisione sistematica citata nel comunicato riporta tassi di risposta superiori al 66% anche a tre mesi dalla fine del trattamento acuto.

Il congresso ha inoltre affrontato il tema della personalizzazione dei trattamenti neuropsichiatrici attraverso il targeting funzionale individualizzato basato sulla risonanza magnetica funzionale.

Uno dei focus principali ha riguardato l’applicazione della rTMS nella malattia di Alzheimer e nel deterioramento cognitivo lieve. Secondo una meta-analisi pubblicata sul Journal of Psychopharmacology e riportata nel comunicato, la rTMS avrebbe mostrato una “superiorità significativa” sulla funzione cognitiva rispetto ai farmaci anti-amiloide aducanumab, lecanemab e donanemab.

Nel comunicato viene inoltre evidenziato che la neuromodulazione avrebbe mostrato un migliore profilo di tollerabilità rispetto alle terapie farmacologiche, associate a effetti avversi come le anomalie di imaging correlate all’amiloide (ARIA).

“I dati ci stanno dicendo che la neuromodulazione è in grado di intervenire su più livelli della malattia di Alzheimer: dalla connettività delle reti cerebrali alla neuroplasticità”, ha affermato Giacomo Koch, ordinario dell’Università di Ferrara e della Fondazione Santa Lucia Irccs e presidente ISNeT. “Il dato più incoraggiante è che questi benefici emergono in tempi relativamente brevi e con un ottimo profilo di sicurezza”.


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