Le frequenze cardiache molto basse sia quelle molto elevate si associano a un rischio aumentato di ictus, configurando una relazione a U, smentendo la convinzione che un battito cardiaco più basso possa associarsi a una salute più sana. È questa una delle implicazioni più rilevanti per la pratica clinica di uno studio presentato il 6 maggio 2026 all'European Stroke Organisation Conference (ESOC) da ricercatori del Department of Brain Sciences dell'Imperial College di Londra.
Lo studio ha analizzato 460.554 partecipanti del registro UK Biobank seguiti per una media di 13,2 anni, durante i quali si sono verificati 11.733 ictus. Si tratta della più ampia analisi a livello di popolazione finora condotta su questa relazione. Le analisi sono state aggiustate per età, sesso e fattori di rischio cardiovascolare, inclusa la fibrillazione atriale (FA) in qualsiasi momento del follow-up.
I risultati dimostrano che sia le frequenze cardiache molto basse sia quelle molto elevate si associano a un rischio aumentato di ictus, configurando una relazione a U.
Il rischio di ictus era minimo nella fascia 60-69 bpm (173 eventi per 100.000 person-years) e aumentava in modo significativo agli estremi: 236 per 100.000 person-years sotto i 50 bpm e 271 per 100.000 person-years a 90 bpm o oltre. Dopo aggiustamento completo per i fattori confondenti, la frequenza cardiaca bassa si associava a un hazard ratio di 1,29 e quella elevata a un HR di 1,17. A livello percentuale ciò significa una aumento del 25% per le frequenze molto basse e del 45% per quelle molto alte.
Un elemento metodologicamente rilevante riguarda il ruolo della fibrillazione atriale (FA): nelle analisi il pattern a U era significativo esclusivamente nei partecipanti senza FA, mentre nei pazienti con FA la relazione non era apprezzabile. Gli autori spiegano come la fibrillazione sia un fattore di rischio così potente per l'ictus da oscurare il contributo indipendente della frequenza cardiaca, rendendo quest'ultima un parametro particolarmente informativo proprio nella popolazione senza aritmie note.
Lo studio è osservazionale e non consente di stabilire causalità; la singola misurazione basale della frequenza cardiaca e la composizione prevalentemente britannica del campione richiedono conferme in studi con monitoraggio longitudinale e popolazioni più diverse.
I ricercatori hanno anche esplorato le possibili basi fisiopatologiche. Le frequenze molto basse si associavano prevalentemente all'ictus ischemico, dato compatibile con l'ipotesi che una bradicardia marcata possa ridurre il flusso cerebrale prolungando la fase di rilassamento diastolico e favorire la malattia dei piccoli vasi attraverso l'aumento della pulsatilità cerebrale. Le frequenze molto elevate si associavano invece sia all'ictus ischemico sia a quello emorragico, suggerendo un effetto di stress meccanico cronico sulla parete vascolare che potrebbe predisporre a entrambe le forme.
Nel complesso, i risultati riportano l'attenzione su un parametro di routine spesso sottovalutato: la frequenza cardiaca a riposo è una misura semplice e universalmente disponibile che merita maggiore attenzione nella valutazione del rischio cardiovascolare, in particolare nei pazienti senza fibrillazione atriale. Una frequenza cardiaca a riposo ai margini degli estremi (sotto 50 o a partire da 90 bpm) dovrebbe indurre a un'analisi più approfondita del profilo di rischio complessivo del paziente e a un rafforzamento delle strategie di prevenzione standard e delle modifiche dello stile di vita.
Gli autori sono espliciti nel precisare che i risultati non suggeriscono di intervenire farmacologicamente sulla frequenza cardiaca in assenza di altre indicazioni: una frequenza cardiaca anomala deve spingere il clinico ad approfondire il profilo di rischio del paziente senza necessariamente avviare subito un intervento.