Bloccando farmacologicamente due proteine chiave coinvolte nella resistenza alla chemioterapia, mTOR e HSP90, è possibile riattivare la risposta delle cellule tumorali ai farmaci, rendendo la chemioterapia nuovamente efficace nel carcinoma ovarico. È questo il principale risultato di uno studio coordinato dall'IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli, in collaborazione con il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, pubblicato su Cell Death & Disease.
Il tumore ovarico è tra i più difficili da curare proprio perché, nel tempo, le cellule tumorali riescono ad adattarsi alle terapie. In particolare, alla chemioterapia, che inizialmente funziona ma può perdere efficacia a causa di meccanismi di difesa sviluppati dal tumore. La resistenza acquisita alla chemioterapia rappresenta il principale ostacolo prognostico nel carcinoma ovarico avanzato, patologia che si presenta tipicamente in stadio avanzato e per la quale le opzioni terapeutiche dopo il fallimento della prima linea rimangono limitate.
La ricerca è stata condotta da Rita Lombardi, Laura Addi e Biagio Pucci afferenti ai laboratori di Mercogliano del Pascale e coordinata dal direttore scientifico dell'IRCCS partenopeo, Alfredo Budillon, insieme al gruppo guidato da Gustavo Baldassarre del CRO di Aviano. Attraverso tecnologie avanzate disponibili presso l'Istituto, i ricercatori hanno identificato l'attivazione di mTOR e HSP90 come meccanismo centrale nella sopravvivenza delle cellule tumorali resistenti, procedendo poi a valutare l'effetto del blocco farmacologico combinato delle due proteine.
I risultati sono stati confermati sia in laboratorio, su cellule tumorali, sia in modelli più complessi preclinici. In entrambi i casi si è osservata una riduzione della crescita del tumore e una migliore risposta alle terapie. Un dato di particolare interesse traslazionale è che questa strategia si è dimostrata efficace anche in altri tumori solidi resistenti, come il carcinoma polmonare, suggerendo possibili applicazioni oltre il tumore ovarico.
I risultati sono ancora in fase preclinica e non rappresentano una terapia immediatamente disponibile, ma identificano un razionale biologico solido per lo sviluppo di combinazioni farmacologiche mirate alla resistenza acquisita, con un potenziale di applicazione trasversale in più istotipi tumorali.
«Questo studio dimostra che combinare farmaci diretti contro bersagli specifici può essere una strategia efficace per superare la resistenza alle cure. L'obiettivo ora è portare questi risultati negli studi clinici e sviluppare trattamenti sempre più mirati per le pazienti», spiega Budillon.