Uno studio pubblicato il 1° maggio 2026 su JAMA dimostra che il trapianto di utero può portare alla nascita di bambini vivi in donne con infertilità uterina assoluta, ma con un’elevata incidenza di complicanze.
Il lavoro, condotto presso il Baylor University Medical Center, analizza gli esiti materni, ostetrici e neonatali di 31 nascite in 27 donne sottoposte a trapianto di utero. La procedura rappresenta un’opzione per pazienti con infertilità uterina, come nelle sindromi congenite o dopo isterectomia. Dal primo caso nel 2014, sono oltre 60 i bambini nati nel mondo da donne con utero trapiantato.
Tra il 2016 e marzo 2026, 44 donne sono state sottoposte a trapianto, con 37 uteri funzionanti a un mese dall’intervento. Sono stati effettuati 33 trasferimenti embrionali (90 embrioni), con 47 gravidanze cliniche in 31 donne. Di queste, 39 hanno superato le 14 settimane di gestazione e 27 donne hanno partorito 31 nati vivi.
Lo studio riporta anche perdite di gravidanza: 7 aborti nel primo trimestre e 4 nel secondo trimestre. Al momento dell’analisi risultavano inoltre 4 gravidanze in corso.
Le complicanze materne sono state osservate nel 30% delle pazienti, includendo diabete gestazionale (11%), ipertensione gestazionale (11%) e preeclampsia (3%). Non sono stati riportati casi di perdita del graft, eventi tromboembolici o infezioni gravi.
Le complicanze ostetriche hanno interessato il 45% delle gravidanze con esito positivo, tra cui rottura prematura delle membrane (16%), parto pretermine spontaneo (13%) e insufficienza cervicale (10%). Tutti i parti sono avvenuti mediante taglio cesareo.
Per quanto riguarda gli esiti neonatali, il peso medio alla nascita è risultato di 2.900 grammi, con punteggi Apgar a 5 minuti pari o superiori a 7 in tutti i neonati. Il 37% dei nati è stato ricoverato in terapia intensiva neonatale. Sono state segnalate anomalie congenite nel 13% dei casi.
Secondo gli autori, “il trapianto di utero può portare a una nascita di un bambino vivo in donne con infertilità assoluta di origine uterina”. Lo studio sottolinea la necessità di centri altamente specializzati e multidisciplinari e indica che la raccolta e condivisione dei dati saranno essenziali per affinare la valutazione dei rischi e la consulenza alle pazienti.