Superare il termine “pre-diabete” e introdurre una classificazione a stadi del diabete tipo 2. È la proposta al centro del dibattito scientifico internazionale, rilanciata anche sulle pagine di The Lancet Diabetes & Endocrinology e seguito con attenzione dalla Società Italiana di Diabetologia. L’obiettivo è descrivere la malattia come un processo continuo e favorire interventi più precoci su prevenzione, diagnosi e trattamento.
Il termine “pre-diabete”, introdotto per identificare una condizione intermedia tra normalità glicemica e diabete, è oggi considerato limitante alla luce delle evidenze disponibili. Secondo quanto riportato dalla SID, questa condizione è già associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, demenza precoce e alcuni tumori. Definire questa fase come “pre” può contribuire a ritardare interventi correttivi, sia sugli stili di vita sia sul piano farmacologico.
La proposta in discussione prevede una classificazione in tre stadi. Il primo include soggetti con rischio aumentato ma valori glicemici ancora nei limiti, associati a un iniziale declino della funzione beta-cellulare. Il secondo comprende soggetti con alterazioni glicemiche oggi definite “pre-diabete”, con una distinzione tra progressione lenta e rapida. Il terzo stadio coincide con il diabete conclamato. Questo modello mira a rappresentare la progressione della malattia in modo continuo, superando la distinzione netta tra soggetti sani e malati.
“Il rischio di sviluppare diabete non è un interruttore ‘on-off’ ma è un processo continuo e graduale”, afferma la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente SID, sottolineando la necessità di strumenti diagnostici più sofisticati e strategie di intervento differenziate. “La distinzione tra soggetti a progressione rapida e lenta consente di personalizzare l’intensità degli interventi, evitando sia l’eccesso sia il sotto-trattamento”.
Secondo quanto evidenziato nel comunicato, riconoscere gli stadi iniziali come parte della malattia permette di intervenire precocemente, in primo luogo con modifiche dello stile di vita. Ad oggi non esistono indicazioni regolatorie specifiche per l’uso di farmaci in queste fasi da parte della Food and Drug Administration e della Agenzia Europea per i Medicinali, anche se alcune molecole hanno mostrato efficacia nel rallentare la progressione e ridurre il rischio cardiovascolare.
Tra i benefici attesi dall’adozione di una classificazione a stadi, la SID indica diagnosi più precoci, interventi personalizzati e riduzione delle complicanze, con potenziali effetti anche sulla sostenibilità del sistema sanitario. Il cambiamento richiederebbe tuttavia strumenti educativi adeguati e una comunicazione chiara per evitare confusione tra operatori e cittadini.
Un documento di consenso internazionale sulla nuova classificazione è atteso nei prossimi mesi. La SID ha annunciato che contribuirà al dibattito valutando l’applicabilità del modello nel contesto italiano e il suo impatto sulla popolazione. “Non si tratta solo di cambiare nome, ma di cambiare prospettiva”, conclude Raffaella Buzzetti.