La gestione della chetoacidosi diabetica non dovrebbe concludersi con il trattamento dell'episodio acuto in pronto soccorso. Istituzioni e società scientifiche propongono di rafforzare il percorso assistenziale dopo la dimissione attraverso un follow-up strutturato sul territorio e la definizione di raccomandazioni condivise. La proposta è emersa durante l'incontro "Chetoacidosi diabetica: da accesso in PS a presa in carico territoriale del paziente", promosso a Roma da Italian Health Policy Brief.
In Italia il diabete interessa circa 4 milioni di persone, pari a circa il 6% della popolazione. La chetoacidosi diabetica rappresenta una delle complicanze acute più gravi della malattia, una delle principali cause di accesso al pronto soccorso per scompenso glicemico e, in alcuni casi, la prima manifestazione di un diabete non ancora diagnosticato.
Tra le criticità evidenziate durante il confronto figura il percorso successivo alla dimissione. Se la gestione dell'emergenza è generalmente efficace, il paziente non sempre viene inserito in un programma strutturato di presa in carico sul territorio. A questo si aggiunge, secondo i partecipanti, la presenza non uniforme del diabetologo nei pronto soccorso.
Daniela Sbrollini, presidente dell'Intergruppo parlamentare Obesità, Diabete e Malattie croniche non trasmissibili, ha sottolineato la necessità di costruire una rete assistenziale che accompagni il paziente lungo tutto il percorso di cura. «Costruire una rete efficace tra ospedale e territorio significa ridurre il rischio di complicanze e di nuovi ricoveri, migliorando la qualità dell'assistenza, la continuità territoriale e la sostenibilità del sistema sanitario», ha affermato.
Secondo Luca Degli Esposti, Chief Executive Officer di CliCon, la chetoacidosi diabetica è una complicanza acuta potenzialmente letale del diabete di tipo 1, con un'incidenza annuale del 4-8% negli adulti. Nei bambini e negli adolescenti rappresenta una frequente modalità di esordio della malattia ed è una delle principali cause di morbilità e mortalità nei soggetti più giovani con nuova diagnosi. La condizione comporta inoltre un rilevante impatto sul Servizio sanitario nazionale per il ricorso a ricoveri urgenti, terapia intensiva, degenze prolungate e riammissioni.
Per Claudio Maffeis, ordinario di Pediatria all'Università di Verona, il periodo successivo alla dimissione è determinante per prevenire nuovi episodi e richiede una stretta integrazione tra pronto soccorso, servizi di diabetologia, medicina generale e territorio, con particolare attenzione ai pazienti pediatrici. Educazione terapeutica e future tecnologie per il monitoraggio continuo dei chetoni potranno contribuire a migliorare l'aderenza alle cure e la prevenzione delle recidive.
Anche Francesco Rocco Pugliese, direttore del Dipartimento Emergenza-Urgenza dell'Ospedale Sandro Pertini di Roma, ha evidenziato la necessità di procedure condivise di dimissione e di un collegamento strutturato con i servizi specialistici territoriali affinché il percorso assistenziale prosegua anche dopo la fase acuta.
Dal confronto è emersa infine la proposta di sviluppare raccomandazioni condivise per il follow-up dei pazienti dimessi dopo un episodio di chetoacidosi diabetica, definendo criteri comuni per il controllo metabolico, l'educazione terapeutica, il coinvolgimento dei caregiver e l'impiego delle tecnologie di monitoraggio.