Clinica
PFAS
07/04/2026

PFAS e salute ossea in adolescenza: nuove evidenze sui danni dovuti all’esposizione

Concentrazioni più elevate di sostanze perfluoroalchiliche si sono associate a una riduzione della densità ossea negli adolescenti

osteoporosi

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), chiamati anche inquinanti eterni, potrebbero compromettere lo sviluppo scheletrico nei bambini e negli adolescenti. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the Endocrine Society, che per la prima volta ha seguito una coorte di giovani pazienti dalla nascita fino ai 12 anni, misurando in più fasi i livelli ematici di questi composti e correlando i risultati con la densità minerale ossea.

L'adolescenza rappresenta una finestra temporale decisiva per l'acquisizione del patrimonio osseo: quasi il 40% della mineralizzazione totale avviene nei quattro anni che circondano il picco di accrescimento, in media intorno ai 12,5 anni nelle femmine e ai 14,1 anni nei maschi. Raggiungere una massa ossea adeguata in questo periodo è considerato un fattore protettivo fondamentale per ridurre il rischio di fratture e osteoporosi nell'arco della vita.

Lo studio, condotto nell'ambito del progetto HOME (Health Outcomes and Measures of the Environment), ha analizzato le concentrazioni sieriche di quattro PFAS (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) in 218 adolescenti, con prelievi effettuati alla nascita e alle età di 3, 8 e 12 anni. La densità minerale ossea è stata poi valutata con densitometria a doppio raggio X (DXA) in sei sedi scheletriche al compimento dei 12 anni.

I risultati mostrano un'associazione particolarmente robusta per il PFOA. Concentrazioni più elevate di questa molecola si sono associate a una riduzione della densità ossea a livello del radio distale — sito rappresentativo dell'osso corticale — in tutti i momenti di esposizione analizzati, con differenze nei Z-score che variavano da −0,36 a −0,54 a seconda del periodo considerato.

Per quanto riguarda il PFOA, la ricercatrice principale Jessie Buckley ha sottolineato che l'effetto sull'osso si è manifestato indipendentemente dal momento dell'esposizione, risultando sistematicamente associato a una minore densità ossea, in particolare a livello dell'avambraccio. Per gli altri composti, invece, la relazione con la densità ossea variava in base alla finestra di esposizione, suggerendo l'esistenza di periodi dello sviluppo a maggiore vulnerabilità.

Un dato rilevante dal punto di vista clinico riguarda la differenza di genere: le associazioni tra livelli di PFAS e ridotta densità ossea risultavano più marcate nelle femmine rispetto ai maschi. Considerando che le ragazze presentano picchi di accrescimento osseo anticipati rispetto ai coetanei maschi, questo dato potrebbe avere implicazioni significative nella valutazione del rischio a lungo termine.

Sul fronte della prevenzione, evitare completamente l'esposizione ai PFAS è difficile, ma è possibile ridurla ricorrendo a filtri per l'acqua certificati, limitando il consumo di alimenti confezionati in materiali trattati con PFAS e leggendo attentamente le etichette dei prodotti.

Lo studio si inserisce in un contesto di ricerca in rapida espansione: centinaia di studi hanno già collegato i PFAS a patologie oncologiche, disfunzioni endocrine, problemi riproduttivi, ipercolesterolemia e immunosoppressione nell'infanzia. I nuovi dati sullo scheletro adolescenziale rafforzano ulteriormente le preoccupazioni su questi composti e sostengono l'urgenza di politiche più restrittive sulla loro presenza nell'acqua potabile e nei prodotti di consumo.

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