Nuove terapie e diagnosi per l’Alzheimer avanzano, ma il sistema sanitario non è ancora pronto a sostenerle: è il quadro emerso dal 26° Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), che ha posto al centro del confronto il rapporto tra innovazione scientifica, sostenibilità economica e organizzazione dei servizi. La gestione delle demenze sta entrando in una fase di trasformazione che richiede un adeguamento del sistema sanitario e sociale.
Sul versante farmacologico, lecanemab e donanemab continuano a catalizzare l’attenzione. Entrambi gli anticorpi monoclonali agiscono sulla beta-amiloide, la proteina che si accumula nel cervello compromettendo la funzione neuronale. La recente decisione della Commissione scientifica ed economica dell’AIFA di non ammettere alla rimborsabilità questi farmaci alimenta un dibattito destinato a proseguire.
“I nuovi farmaci rappresentano un passo avanti importante, ma non risolutivo – spiega Carlo Serrati, Presidente eletto AIP – Non siamo di fronte a una cura definitiva: questi trattamenti rallentano la progressione della malattia e richiedono una riorganizzazione del sistema sanitario, dalla diagnosi precoce alla gestione dei pazienti nel tempo. Restano fondamentali la prevenzione attiva, l’uso appropriato dei farmaci già disponibili e il miglioramento del percorso diagnostico-terapeutico e assistenziale in tutte le fasi della malattia”.
Parallelamente, la ricerca diagnostica registra progressi. Si rafforza la possibilità di identificare il rischio di sviluppare l’Alzheimer attraverso esami del sangue basati su biomarcatori come beta-amiloide e proteina tau, con prospettive di intervento precoce prima della comparsa dei sintomi.
“I progressi nella diagnosi precoce pongono nuove sfide organizzative – sottolinea Angelo Bianchetti, Segretario scientifico AIP – Identificare precocemente i pazienti significa ripensare l’intero percorso assistenziale, oggi ancora incentrato su una medicina ospedaliera non adeguata alla gestione delle cronicità. Serve una rete territoriale forte, che coinvolga famiglie, caregiver e servizi sociali”.
In questo contesto, la prevenzione assume un ruolo strategico. Le evidenze indicano che intervenire sui fattori di rischio modificabili può ridurre l’incidenza delle demenze. In questa direzione si inserisce il progetto PREVE.D.I. (Prevenzione Demenze e Ictus), promosso in ambito AIP e coordinato da Serrati.
“Il progetto ha coinvolto finora circa 700 persone, con un tasso di adesione superiore al 95%, evidenziando la presenza diffusa di fattori di rischio non precedentemente noti – spiega Serrati – Questi dati indicano una quota rilevante di rischio sommerso e la necessità di rendere la prevenzione un pilastro delle politiche sanitarie”.
Tra le strategie preventive supportate dalla letteratura figurano l’attività fisica regolare, un sonno adeguato e l’aderenza alla dieta mediterranea. Alcune vaccinazioni routinarie, in particolare contro herpes zoster, influenza e pneumococco, sono state associate a una riduzione del rischio di demenza.
“Queste evidenze si inseriscono in un contesto demografico in cambiamento – conclude Bianchetti – In Italia il 24% della popolazione ha più di 65 anni e l’8% supera gli 80, ma due terzi degli anziani sono autosufficienti. La sfida è promuovere un invecchiamento attivo e contrastare l’ageismo, evitando di associare automaticamente età e malattia”.