Ansia e depressione possono precedere la comparsa clinica della malattia di Parkinson fino a dieci anni. È quanto emerge da uno studio dell’Irccs Neuromed di Pozzilli, pubblicato sul Journal of Neurology e condotto nell’ambito del progetto Moli-sani.
L’analisi ha coinvolto oltre 24.000 persone seguite per una mediana di quindici anni. Al momento del reclutamento, 1.760 partecipanti presentavano una diagnosi di ansia o depressione con relativo trattamento farmacologico. Il confronto con i soggetti senza disturbi dell’umore ha mostrato che i primi presentavano un rischio doppio di sviluppare il Parkinson.
Il dato più rilevante riguarda il tempo intercorso tra disturbi psichiatrici e comparsa della malattia. L’associazione è risultata evidente solo quando ansia o depressione precedevano il Parkinson di meno di dieci anni. Oltre questa soglia temporale, il legame non è stato osservato. Secondo gli autori, questo suggerisce che i disturbi dell’umore possano rappresentare un segnale precoce della neurodegenerazione in atto.
«La finestra temporale di circa 10 anni che abbiamo identificato è un dato concreto che può aiutare i clinici a interpretare con maggiore attenzione alcuni possibili segnali precoci della malattia», afferma Francesca Bracone, prima autrice dello studio. «Non si tratta di allarmare chi soffre di ansia o depressione, ma di considerare questi disturbi nel contesto di altri segnali non motori».
Lo studio evidenzia inoltre che l’associazione era più marcata nei soggetti trattati contemporaneamente per ansia e depressione, mentre non emergeva in chi riportava solo uno dei due elementi, diagnosi o terapia. «Questo rafforza l’importanza di incrociare le informazioni cliniche con quelle farmacologiche per identificare correttamente le persone a rischio», sottolinea Alfredo Berardelli, professore emerito di Neurologia presso l’Università La Sapienza di Roma.
Il lavoro si basa sui dati del progetto Moli-sani, uno degli studi di coorte più longevi in Italia. «Siamo riusciti a dare una misura temporale concreta a qualcosa che la medicina sospettava da tempo», commenta Augusto Di Castelnuovo, dell’Unità di Ricerca di Epidemiologia e prevenzione dell’Irccs Neuromed.
Secondo quanto riportato nella nota, i risultati potrebbero contribuire allo sviluppo di strategie di sorveglianza più mirate, integrando i percorsi diagnostici con una maggiore attenzione ai segnali psichiatrici precoci.