Europa e Mondo
Trattamenti sanitari
18/03/2026

Psichiatria, il Consiglio d’Europa boccia il protocollo sui trattamenti involontari

Il Consiglio d'Europa boccia all'unanimità il protocollo che avrebbe regolamentato i trattamenti e i ricoveri coatti. Un segnale forte per i clinici: la direzione è ridurre la coercizione, non istituzionalizzarla

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L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa (PACE) ha respinto all'unanimità la bozza di un nuovo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina, che avrebbe introdotto una cornice giuridica europea per il ricovero e il trattamento psichiatrico involontario. Una decisione che non riguarda solo i legislatori: ha implicazioni dirette per chiunque lavori in salute mentale.

Il progetto di Protocollo, in discussione da oltre un decennio, puntava a regolamentare a livello sovranazionale le misure coercitive in psichiatria, ricovero obbligatorio e trattamento senza consenso. Ma la PACE, in linea con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), ha giudicato il testo incompatibile con i principi di autonomia, non discriminazione e capacità giuridica dei pazienti.

Nel breve periodo, la bocciatura del Protocollo non modifica le normative nazionali vigenti, in Italia, ad esempio, il TSO resta disciplinato dall'articolo 34 della Legge 833/1978. Tuttavia, il segnale politico è inequivocabile: l'Europa non intende costruire un quadro giuridico che normalizzi la coercizione psichiatrica, ma vuole spingere i sistemi sanitari verso modelli di cura rispettosi dell'autonomia della persona.

La relatrice Carmen Leyte ha sottolineato come organizzazioni internazionali e società civile avessero avvertito che il Protocollo rischiava concretamente di legittimare pratiche che invece dovrebbero essere progressivamente eliminate, citando le buone pratiche già in atto in alcuni Paesi che hanno saputo ridurre significativamente il ricorso alla coercizione.

Le prove mostrano che non esistono evidenze cliniche a sostegno del beneficio terapeutico dell'istituzionalizzazione involontaria, e che la coercizione spesso può anche traumatizzare con conseguenze che minano durevolmente la fiducia dei pazienti nei servizi di salute mentale.

Particolarmente significativo, per chi lavora in prima linea, il dato citato in aula: la ricerca mostra che il rischio di suicidio per le persone sottoposte a ricovero involontario è 55 volte più alto rispetto alla popolazione generale. Un numero che impone riflessioni profonde sull'effettiva efficacia terapeutica delle misure coercitive e sui loro effetti traumatici a lungo termine.

L'Assemblea ha invitato il Comitato dei Ministri a valutare strumenti più flessibili, come una raccomandazione non vincolante, pienamente allineati alla CRPD, con l'obiettivo esplicito di accompagnare una progressiva riduzione, fino all'eliminazione, delle misure involontarie.

Per gli operatori della salute mentale, questa decisione rappresenta un'ulteriore sollecitazione a interrogarsi sulle prassi quotidiane, a documentare e ridurre il ricorso alle misure coercitive, e a promuovere, anche internamente alle proprie strutture, la cultura del consenso informato e del trattamento condiviso.

Non si tratta di un invito a ignorare le situazioni di emergenza clinica, ma di un chiaro orientamento politico-normativo europeo: la coercizione non può diventare una prassi istituzionalmente accettata e giuridicamente consolidata. Il mandato implicito ai sistemi sanitari è investire in alternative (percorsi di cura condivisi, decision-making supportato, modelli di intervento precoce) che rendano il ricorso alla forza sempre meno necessario.

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