Un recente studio pubblicato su eNeuro fa luce sui meccanismi neurobiologici che collegano perdita uditiva e declino cognitivo, identificando un parametro misurabile — il Functional-Structural Ratio (FSR) — che potrebbe diventare un biomarker di rischio per la demenza.
La progressiva perdita dell'udito (presbiacusia) legata all'invecchiamento, la forma più comune di ipoacusia età-correlata, non si limita a compromettere la percezione dei suoni: ostacola anche il riconoscimento del parlato. La presbiacusia è una delle condizioni più prevalenti nella popolazione over 65 ed è già riconosciuta come fattore di rischio modificabile per la demenza, inserita, insieme ad altri tredici fattori, nel report 2024 della Lancet Commission, che stima come agire su questi 14 determinanti potrebbe prevenire o ritardare quasi la metà dei casi di demenza a livello globale. La relazione tra questi due fattori è oggetto di crescente attenzione nella ricerca neurologica, ma il meccanismo che le collega sul piano biologico rimane ancora poco chiarito.
Il contributo principale della ricerca è l'identificazione di un parametro neurobiologico denominato Functional-Structural Ratio (FSR), che misura il rapporto tra connettività funzionale e integrità strutturale in specifiche aree cerebrali. I ricercatori hanno osservato che nei soggetti con presbiacusia alcune regioni risultano progressivamente meno connesse alle reti cerebrali funzionali. Le aree coinvolte sono di duplice natura: da un lato il putamen e il giro fusiforme, strutture implicate nell'elaborazione del suono e del linguaggio; dall'altro il precuneo e il giro frontale superiore mediale, regioni centrali per la memoria e la funzione esecutiva.
Questa riduzione della connettività funzionale si è rivelata direttamente correlata sia alla soglia uditiva peggiore che alle prestazioni più basse nei test di memoria e di funzione esecutiva. In altri termini, la perdita uditiva sembra innescare — o accompagnarsi a — un rimodellamento coordinato della struttura e della funzione cerebrale, che può contribuire alla fenomenologia cognitiva della presbiacusia.
Il messaggio clinicamente più rilevante, specificano gli autori, è che preservare la salute uditiva potrebbe proteggere l'integrità cerebrale. Le variazioni dell'FSR correlano contemporaneamente con la perdita uditiva e con il declino cognitivo, il che ne suggerisce l'utilizzo futuro come biomarker di rischio per la demenza, identificabile attraverso l'analisi delle neuroimmagini. In prospettiva, questo potrebbe permettere ai clinici di stratificare precocemente i pazienti anziani con ipoacusia in base al loro rischio di sviluppare demenza, aprendo spazio a interventi preventivi tempestivi.
Questo studio ribadisce un messaggio chiave: sentire bene non è solo una questione di qualità della comunicazione, ma potrebbe essere una condizione che concorre a mantenere l'integrità delle reti cognitive a lungo termine.
Lo studio, pur pubblicato in un contesto audiologico, parla direttamente a neurologi, geriatri, neuropsicologi, medici di medicina generale e a tutti i professionisti che si occupano di salute cerebrale. Disporre di un indicatore neurobiologico misurabile, come l'FSR, potrebbe rafforzare la base per raccomandare la valutazione e il trattamento audiologico non solo in chiave uditiva, ma in chiave neuroprotettiva.