Sono più di 845mila le persone seguite nel 2024 dai servizi specialistici di salute mentale in Italia. Un dato che conferma la crescita strutturale della domanda e mette sotto stress un sistema che negli ultimi anni ha retto soprattutto grazie alla capacità di adattamento degli operatori. È la fotografia scattata dal nuovo Rapporto del Ministero della Salute, che accompagna l’avvio del Piano nazionale 2025-2030 con nuove risorse e un rafforzamento dei servizi territoriali. Il quadro che emerge è quello di una domanda ampia e complessa. Le donne rappresentano il 55,9% degli assistiti e il profilo anagrafico riflette l’invecchiamento della popolazione: oltre due terzi dei pazienti ha più di 45 anni, con una concentrazione nelle fasce tra 45 e 64 anni. Più contenuta la presenza dei giovani sotto i 25 anni, così come quella degli over 75, anche se tra le donne la quota in età avanzata è più elevata rispetto agli uomini.
Nel corso dell’anno, quasi 272mila persone hanno avuto un primo contatto con i Dipartimenti di salute mentale, e nella stragrande maggioranza dei casi si trattava del primo accesso nella vita. Sul fronte dell’attività, i servizi territoriali hanno erogato oltre 10 milioni di prestazioni, con una media di 13,6 interventi per utente. La gran parte delle attività si svolge ancora nelle sedi dei servizi, ma resta significativa la quota di interventi domiciliari e sul territorio. L’assistenza si regge soprattutto sul lavoro di infermieri e medici, che rappresentano le principali figure coinvolte. Tra le prestazioni, prevalgono le attività infermieristiche, seguite da quelle psichiatriche, mentre restano più contenuti gli interventi di riabilitazione, supporto sociale e psicoterapia. Un mix che evidenzia la centralità della gestione clinica, ma anche le criticità sul versante della presa in carico globale. Sul piano epidemiologico, il Rapporto conferma differenze di genere rilevanti: disturbi schizofrenici e dipendenze risultano più frequenti negli uomini, mentre depressione e disturbi affettivi colpiscono maggiormente le donne. In particolare, per la depressione il tasso femminile è quasi doppio rispetto a quello maschile.
A fronte di questi numeri, il nuovo Piano nazionale per la salute mentale – aggiornato dopo oltre dieci anni – punta a rafforzare diagnosi precoce, neuropsichiatria infantile ed équipe multidisciplinari, con uno stanziamento progressivo di risorse fino al 2029 e una quota dedicata al personale. Ma per la Società Italiana di Psichiatria, i dati del Rapporto raccontano anche un’altra realtà: quella di un sistema sotto pressione da almeno vent’anni. “La domanda di salute mentale è in crescita e riguarda tutte le fasce di età, con bisogni sempre più complessi”, osserva Guido Di Sciascio, presidente SIP. Non si tratta più di un’emergenza temporanea, ma di una trasformazione strutturale. Il nodo principale resta la distanza tra domanda e capacità di risposta. Secondo gli specialisti, la tenuta del sistema ha messo in evidenza limiti organizzativi ormai evidenti, a partire dalla forte disomogeneità territoriale. “Le differenze nell’organizzazione dei servizi si traducono in disuguaglianze concrete nell’accesso alle cure”, sottolinea Antonio Vita, presidente eletto SIP.
A queste evidenze si aggiunge il richiamo del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, che sottolinea l’urgenza di rafforzare la psicologia di base. “Il Rapporto restituisce l’immagine di un sistema attraversato da una pressione crescente e da bisogni in profonda evoluzione”, afferma Maria Antonietta Gulino, presidente Cnop. Secondo Gulino, il disagio psicologico è ormai una dimensione strutturale e viene ancora intercettato troppo spesso quando è già in fase acuta, con un conseguente aumento degli accessi in emergenza. Da qui la richiesta di rendere pienamente operativa la psicologia di assistenza primaria, già prevista dal Piano nazionale, attraverso una cornice normativa stabile e un’applicazione uniforme sul territorio. “La priorità è investire sulla prevenzione psicologica, intercettando il disagio prima che evolva in forme più complesse e costose”, sottolinea Gulino, ricordando come il servizio sia già attivo o previsto in diverse Regioni, ma ancora privo di un assetto nazionale omogeneo. Per il Cnop, dunque, il passaggio chiave è superare una risposta frammentata e costruire un sistema strutturato e di prossimità.