Un singolo episodio di delirium in pazienti anziani ricoverati si configura come un significativo fattore di rischio indipendente per gravi complicanze cliniche a lungo termine, tra cui fratture, ictus e sepsi. È quanto emerge da un ampio studio pubblicato su The Lancet Healthy Longevity.
La ricerca ha analizzato i dati relativi a 29.818 pazienti ricavati dal registro UK Biobank randomizzandoti 1:1 tra pazienti con ricovero ospedaliero o senza ricovero ospedaliero reclutati in Inghilterra, Scozia e Galles tra il 2006 e il 2010 con cartelle cliniche ospedaliere collegate, raccolte dal 1° gennaio 1997 al 31 ottobre 2022.
Il delirium è un'importante sindrome acuta caratterizzata da disturbi improvvisi della cognizione, dell'attenzione e della vigilanza, con un decorso tipicamente fluttuante, che pone sfide rilevanti ai sistemi sanitari per la morbilità associata, il prolungamento delle degenze, il declino funzionale e l'aumentata mortalità. Lo scopo dello studio era esaminare l'associazione tra il delirio insorto durante il ricovero e la comparsa di una serie di eventi avversi successivi.
Il delirium è stato identificato tramite i codici ICD-10, con l'intensità dell'esposizione definita come il numero di episodi entro 12 mesi dal ricovero indice. Gli esiti clinici avversi sono stati selezionati sulla base della letteratura esistente e includevano eventi incidenti verificatisi durante i successivi ricoveri ospedalieri: cadute, fratture (di qualsiasi tipo e dell'anca), lesioni da pressione, incontinenza urinaria e fecale, infarto miocardico, insufficienza cardiaca, ictus, tromboembolismo venoso, embolia polmonare, danno renale acuto, emorragia gastrointestinale, polmonite e sepsi.
Lo studio ha documentato un'associazione tra delirium e aumento del rischio per 12 outcome avversi, indipendentemente dalla presenza di fragilità e demenza preesistente. Un episodio di delirium in ospedale ha raddoppiato il rischio di cadute e incontinenza urinaria, e si è registrato un aumento del rischio tra il 50 e il 70% per polmonite, incontinenza fecale, fratture, ictus, frattura dell'anca, sepsi, danno renale acuto e lesioni da pressione. Si è inoltre osservato un rischio maggiore tra il 20 e il 30% per emorragia gastrointestinale e scompenso cardiaco.
Particolarmente rilevante per la pratica clinica è il dato sulla persistenza del rischio: lo studio dimostra un rischio elevato di esiti avversi che permane anche dopo la risoluzione dell'episodio acuto.
La pubblicazione si inserisce in un filone di studi convergenti sulle conseguenze a lungo termine del delirium. Secondo i ricercatori, questi dati ridefiniscono il significato clinico del delirium: non una complicanza transitoria e isolata, bensì un marcatore di fragilità biologica sottostante con ripercussioni sistemiche durature.
Il Dr. Markus Haapanen, primo autore dello studio ha commentato: "L'identificazione e la gestione del delirium durante il ricovero ospedaliero sono spesso al centro delle cure, ma questi risultati suggeriscono la necessità di estendere il trattamento e l'assistenza anche dopo la dimissione del paziente. La prevenzione del delirium, i trattamenti e il follow-up strutturato per i pazienti in fase di recupero rappresentano opportunità concrete per migliorare le cure oltre il periodo di ospedalizzazione."
Un editoriale di commento ha sottolineato la necessità prioritaria di comprendere i meccanismi biologici che collegano il delirium al declino cognitivo e funzionale a lungo termine, di identificare biomarker affidabili per la diagnosi precoce e la valutazione della gravità, e di sviluppare interventi farmacologici e non farmacologici efficaci per la prevenzione e la mitigazione, in particolare nelle popolazioni più giovani e nei pazienti senza demenza.