Un recente studio pubblicato su BMC Medicine ha esaminato se la riduzione della durata della doppia terapia antiaggregante (DAPT) dopo intervento coronarico percutaneo (PCI) con stent Firehawk a rilascio di sirolimus e polimero biodegradabile possa mantenere un profilo di sicurezza adeguato, riducendo al contempo il rischio emorragico.
La malattia coronarica rappresenta una delle principali cause di morbilità e mortalità cardiovascolare a livello globale. Dopo l'impianto di stent medicati, la DAPT è il gold standard della terapia antitrombotica, ma espone i pazienti a un rischio non trascurabile di complicanze emorragiche, con implicazioni rilevanti soprattutto nelle popolazioni anziane o con comorbidità.
In questo studio, i ricercatori hanno progettato un trial multicentrico, in aperto, di non inferiorità, per confrontare direttamente il regime di tre mesi con quello convenzionale di 12 mesi per verificare per quanto a lungo si debba mantenere questa terapia senza aumentare il rischio ischemico.
La ricerca ha coinvolto 2.445 pazienti provenienti da 36 centri cinesi che hanno ricevuto uno stent Firehawk tra gennaio 2019 e aprile 2022, randomizzati a DAPT di tre mesi (1.222 pazienti) o di 12 mesi (1.223 pazienti). L'endpoint primario era un composito di mortalità per tutte le cause, infarto miocardico, accidente cerebrovascolare e sanguinamento maggiore secondo i criteri BARC (tipo 2, 3 o 5) a 18 mesi.
La scelta dello stent Firehawk non è casuale: studi di tomografia a coerenza ottica avevano già documentato una riendotelizzazione quasi completa a tre mesi dall'impianto, fornendo la base biologica plausibile per ipotizzare che la protezione garantita dalla DAPT prolungata potesse essere non necessaria oltre tale soglia temporale.
I risultati principali hanno mostrato come a 18 mesi, i principali rischi cardiovascolari si fossero verificati nel 10,1% dei pazienti nel gruppo DAPT a tre mesi e nel 10,9% nel gruppo 12 mesi. Anche gli altri eventi avversi sono risultati comparabili tra i due gruppi, confermando la non inferiorità del regime breve. L'analisi ha evidenziato, infine, una riduzione statisticamente significativa degli episodi emorragici maggiori nel gruppo che aveva interrotto la DAPT a tre mesi, a parità di eventi ischemici.
La ricerca ha anche identificato sottogruppi che potrebbero beneficiare in modo particolare della strategia breve: i pazienti anziani e quelli con disfunzione renale, già ad alto rischio emorragico, sembrano essere i candidati più favorevoli a una riduzione precoce della doppia terapia.
Il dato che emerge, evidenziano gli autori, non è semplicemente la conferma che tre mesi di DAPT siano efficaci, dato già rilevato in letteratura, ma la quantificazione della sicurezza di questa strategia in un contesto clinico reale e ampio.
In un'era in cui la personalizzazione della cura è sempre più centrale, disporre di dati solidi su popolazioni specifiche, come gli anziani con insufficienza renale, offre uno strumento concreto per orientare decisioni cliniche altrimenti affidate principalmente al giudizio empirico. Per il cardiologo, questo studio ridimensiona l'approccio uniforme alla durata della DAPT e sottolinea la necessità di individualizzare la scelta terapeutica tenendo conto del profilo di rischio del paziente, del tipo di stent impiantato e della biologia del singolo paziente.
Matteo Vian