La maggior parte delle persone non sarebbe disposta ad assumere statine in prevenzione primaria se venisse adeguatamente informata sulla loro reale efficacia in termini di riduzione del rischio assoluto. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine.
Le attuali linee guida raccomandano le statine in prevenzione primaria per pazienti con rischio malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD) a 10 anni ≥7,5%, e soglie ancora più basse (3-5%) sono state proposte con il nuovo calcolatore PREVENT. Il termine comprende le condizioni causate dall'accumulo di placche aterosclerotiche nelle arterie, tra cui infarto miocardico, ictus ischemico e arteriopatia periferica.
La ricerca ha coinvolto 602 pazienti statunitensi e 665 giapponesi, di età compresa tra 40 e 75 anni, senza precedente utilizzo di statine. Ai partecipanti sono stati illustrati benefici e oneri del trattamento con statine, includendo effetti avversi noti, costi e disagi, prima di sottoporli a due verifiche di comprensione.
I risultati mostrano che, anche se informati, solo il 42% degli americani e il 45% dei giapponesi ha superato con successo entrambe le verifiche di comprensione.
I dati mostrano che, tra coloro che avevano superato i test, i partecipanti richiedevano una riduzione del rischio relativo del 50-75% per considerare accettabile l'assunzione di una statina.
A un rischio basale del 2% di ASCVD, soglia inferiore a quella attualmente indicata dalle linee guida, il 75,6% degli americani e il 62,3% dei giapponesi hanno rifiutato la statina anche nello scenario ipotetico in cui il rischio sarebbe sceso a zero. A un rischio del 10%, il 42,9% degli americani e il 42,4% dei giapponesi si è comunque detto non disposto ad assumere il farmaco. La più piccola riduzione assoluta del rischio che sarebbero stati disposti ad accettare — definita dagli autori "smallest worthwhile difference" — era del 7,5% in presenza di un rischio ASCVD a 10 anni del 10%, e saliva al 10,0% per un rischio basale del 20%.
Questi livelli di efficacia attesa sono ben al di sopra di quanto le statine effettivamente garantiscono: con una riduzione del rischio relativo del 25% per ogni riduzione di 38,61 mg/dL di LDL-colesterolo documentata dai trial, solo il 13,8%, il 23,6% e il 34,2% dei rispondenti americani si sarebbe detto disposto ad assumere una statina rispettivamente a un rischio ASCVD basale del 2%, 10% o 20% a 10 anni. Valori analoghi sono stati registrati tra i giapponesi.
Un editoriale di accompagnamento sottolinea come le linee guida raccomandino la shared decision-making senza però fornire indicazioni operative sufficienti.
L'uso di strumenti decisionali strutturati può guidare discussioni quantitative sul rischio e garantire che i pazienti dispongano di informazioni adeguate per un processo decisionale informato. Man mano che le linee guida si orientano verso soglie di rischio più basse e ampliano le popolazioni per cui le statine in prevenzione primaria sono raccomandate, comprendere e rispettare le preferenze dei pazienti rimarrà essenziale».
I dati dello studio mettono in luce una frattura profonda tra la prospettiva degli specialisti e quella dei pazienti che possono valutare questi rischi e benefici in modo diverso rispetto alla comunità medica, con conseguenze pratiche non trascurabili. Il semplice rispetto della soglia di rischio non può essere considerato condizione sufficiente per la prescrizione: strutturare la comunicazione in termini di rischio assoluto (e non relativo), utilizzare strumenti di supporto decisionale validati e dedicare tempo a esplorare le preferenze individuali del paziente prima di avviare una terapia a lungo termine sono fondamentali. Il concetto di "smallest worthwhile difference" potrebbe diventare uno strumento utile per personalizzare le raccomandazioni e rendere le scelte realmente condivise, anziché una formalità procedurale.
Matteo Vian