Farmaci
Diabete di tipo 1
11/02/2026

Diabete tipo 1, Teplizumab ritarda l'esordio di tre anni

Nuove prospettive terapeutiche dall'immunoterapia: anticorpo monoclonale approvato da EMA agisce sui linfociti T. In studio anche terapie cellulari con staminali autologhe

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Per la prima volta è possibile intervenire sul diabete di tipo 1 prima della sua manifestazione conclamata, ritardando l'esordio e riducendone la gravità. Le nuove terapie immunologiche stanno modificando l'approccio a questa patologia autoimmune cronica che colpisce prevalentemente giovani e adolescenti.

Il diabete di tipo 1, causato dalla distruzione autoimmune delle cellule beta pancreatiche produttrici di insulina, interessa in Italia circa lo 0,2% della popolazione con un'incidenza in crescita del 3% annuo. Solo a Milano si registrano ogni anno tra 150 e 200 nuovi casi.

L'anticorpo monoclonale Teplizumab, recentemente approvato dall'Agenzia europea per i medicinali, agisce eliminando selettivamente i linfociti T che attaccano le cellule pancreatiche. Nei soggetti a rischio, identificabili tramite autoanticorpi specifici e iniziali alterazioni glicemiche, il farmaco ritarda l'insorgenza della malattia di circa tre anni. Quando il diabete si manifesta, l'esordio risulta più lieve con miglior controllo metabolico e fase iniziale più lunga con ridotto fabbisogno insulinico.

L'Università di Milano e l'Ospedale Fatebenefratelli-Sacco sono stati tra i primi centri autorizzati all'uso compassionevole di Teplizumab, in attesa della rimborsabilità.

"Stiamo entrando in una nuova era, in cui non ci limitiamo a controllare la glicemia, ma interveniamo sulle cause immunologiche della malattia", spiega Paolo Fiorina, Professore Ordinario di Endocrinologia all'Università degli Studi di Milano e Direttore Unità Endocrinologia e Diabetologia dell'ASST Fatebenefratelli-Sacco.

Teplizumab rappresenta solo la punta dell’iceberg. Numerose altre terapie immunomodulanti sono in fase di studio: farmaci diretti contro le molecole costimolatorie del sistema immunitario, contro le citochine pro-infiammatorie e approcci cellulari sempre più sofisticati. L’obiettivo comune è spegnere selettivamente l’autoimmunità, preservando la funzione delle cellule pancreatiche il più a lungo possibile. In questo contesto, il diabete di tipo 1 entra a pieno titolo nell’era della medicina di precisione, seguendo una traiettoria già vista in oncologia e in altre malattie autoimmuni.

E proprio dalla ricerca milanese in collaborazione con il Boston Children's Hospital e l'Università di Padova arriva Immunostem, un approccio sperimentale basato su cellule staminali autologhe. Le cellule, prelevate tramite aferesi, vengono modificate con tecniche di terapia genica per acquisire attività antinfiammatoria e immunoregolatoria, quindi reinfuse nel paziente. Il vantaggio di questa strategia è duplice: da un lato si colpisce in modo mirato l’autoimmunità diretta contro le cellule che producono insulina, dall’altro si evita l’immunosoppressione generalizzata, poiché le cellule reinfuse sono riconosciute come proprie dall’organismo. La sperimentazione clinica è in fase di avvio in collaborazione con l’Università di Padova.

"Questi approcci permetteranno di mantenere più a lungo la funzione pancreatica, prolungare la 'luna di miele' dopo l'esordio e, in prospettiva, arrivare a una regressione dell'iperglicemia in una quota di pazienti", precisa Fiorina.

Numerose altre terapie immunomodulanti sono in fase di studio, con farmaci diretti contro molecole costimolatorie e citochine pro-infiammatorie, portando il diabete di tipo 1 nell'era della medicina di precisione.

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