La povertà non colpisce solo il reddito, ma accorcia la vita. E il suo peso si fa sentire soprattutto nell’età anziana, traducendosi in anni di longevità persi e in un peggioramento della qualità della vita. È questo il messaggio che è emerso dal Congresso nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), “Liberi e Longevi”, concluso il 20 dicembre a Scampia, scelta simbolica per riflettere sul legame tra condizioni socioeconomiche, salute e diritto a un invecchiamento sano. Secondo una recente analisi statunitense del National Council on Aging e del LeadingAge LTSS Center dell’Università del Massachusetts, gli over 60 con redditi inferiori ai 20 mila dollari l’anno muoiono in media fino a nove anni prima rispetto ai coetanei con redditi pari o superiori a 120 mila dollari. Nel periodo 2018-2022 il tasso di mortalità degli anziani economicamente più svantaggiati ha raggiunto il 21%, quasi il doppio rispetto al 10,7% registrato tra i più abbienti.
«Questi dati dimostrano che la longevità non dipende solo dalla genetica o dallo stile di vita, ma anche dall’equità del sistema sociale e sanitario», sottolinea Dario Leosco, presidente SIGG e professore ordinario di Geriatria all’Università di Napoli Federico II. «Lo svantaggio socioeconomico – spiega – si traduce in uno stress cronico che favorisce infiammazione sistemica, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, neurodegenerative e oncologiche e indebolendo il sistema immunitario. La povertà diventa così un vero fattore di rischio biologico». Il quadro è particolarmente rilevante anche per l’Italia. Sebbene il Paese resti tra i più longevi al mondo, la crescita delle disuguaglianze rappresenta un segnale d’allarme. «In Italia circa un milione di over 65 vive in condizioni di povertà assoluta – ricorda Leosco – e rispetto al passato l’impatto dello svantaggio economico sulla salute appare più marcato». Studi precedenti, come il progetto europeo LifePath pubblicato sul British Medical Journal, stimavano una riduzione dell’aspettativa di vita tra i 4 e i 7 anni per le persone anziane più svantaggiate; oggi il divario tende ad ampliarsi.
Al centro del dibattito c’è anche il ruolo del Servizio sanitario nazionale. «L’universalismo della sanità pubblica, insieme alla prevenzione e alla medicina di base, ha contribuito in modo decisivo all’allungamento della vita – avverte il presidente SIGG – ma una sanità sempre più “ristretta” e una quota crescente di spesa out-of-pocket rischiano di creare barriere economiche che incidono direttamente sull’aspettativa di vita». Da qui l’appello lanciato dal Congresso: le politiche economiche e sociali sono, a tutti gli effetti, politiche sanitarie. Investire in equità, accesso alle cure e protezione delle fasce più fragili non è solo una scelta sociale, ma una strategia di salute pubblica per garantire a tutti il diritto di invecchiare più a lungo e in buona salute