Triturare una compressa o aprire una capsula può alterare l’efficacia di un farmaco orale ed esporre a rischi di sotto- o sovradosaggio, tossicità e ridotta aderenza terapeutica. Eppure, nelle Rsa questa pratica è ampiamente diffusa. Secondo uno studio della Società italiana di geriatria e gerontologia (Sigg), una pillola su tre viene spezzata o triturata e una capsula su quattro viene aperta, ma nel 13% dei casi la manipolazione risulta inappropriata.
I dati provengono dalla prima indagine nazionale italiana sull’appropriatezza della prescrizione e della somministrazione dei farmaci orali negli anziani, pubblicata su Aging Clinical and Experimental Research. Lo studio ha coinvolto 82 strutture in 12 regioni, per un totale di 3.400 anziani residenti in Rsa, con un’età media di 85 anni; il 70% erano donne. Oltre la metà presentava una diagnosi di demenza e la quasi totalità conviveva con quattro o cinque patologie croniche.
Nel complesso, nelle strutture analizzate vengono assunte ogni giorno circa 17mila pillole, per un totale di 24mila prescrizioni, di cui 15.927 compresse e 850 capsule. In media, ogni ospite assume otto farmaci al giorno. Questa politerapia espone il 42% degli anziani ad almeno un’interazione farmacologica pericolosa, con casi che arrivano fino a sette interazioni contemporanee. Le più frequenti derivano dall’associazione di più psicofarmaci, con un aumento del rischio di cadute e peggioramento cognitivo, soprattutto nei pazienti con demenza.
Secondo Dario Leosco, presidente Sigg e professore ordinario di Geriatria all’Università Federico II di Napoli, e Andrea Ungar, ideatore dello studio e professore ordinario di Geriatria all’Università di Firenze, i rischi non dipendono solo dal numero di farmaci assunti, ma anche «dalla pratica di manipolazione dei farmaci orali, in particolare delle pillole».
Le difficoltà di deglutizione, la disfagia e i disturbi psico-comportamentali rendono spesso complessa la somministrazione. Per questo, spiegano i ricercatori, una compressa su tre viene divisa o triturata e oltre una capsula su quattro viene aperta e mescolata a cibi o bevande. Tuttavia, questa strategia risulta non appropriata nel 5% delle compresse e nell’8% delle capsule, con possibili conseguenze sull’efficacia e sulla sicurezza della terapia.
Tra i farmaci più frequentemente manipolati, pur non dovendo esserlo, lo studio segnala quetiapina, pantoprazolo, acido acetilsalicilico, trazodone e antipertensivi come bisoprololo e ramipril. La modifica della forma farmaceutica può alterare l’assorbimento, compromettere l’efficacia clinica o aumentare il rischio di eventi avversi, soprattutto nel caso di farmaci a rilascio modificato o controllato e di capsule gastroresistenti.
La manipolazione dei farmaci comporta inoltre rischi anche per il personale sanitario. La triturazione delle compresse può esporre infermieri e operatori al contatto o all’inalazione di sostanze potenzialmente pericolose, in particolare nel caso di molecole con profili di tossicità specifici. Anche la miscelazione con alimenti o bevande può interferire con l’assorbimento o il metabolismo dei principi attivi.
Dallo studio emerge infine un problema di natura organizzativa e regolatoria. «Le raccomandazioni disponibili, incluse le cosiddette Do not crush list, non sono univoche né aggiornate», osserva Ungar. Una frammentazione che favorisce decisioni eterogenee e aumenta il rischio di errore. Da qui la richiesta degli autori di sviluppare raccomandazioni nazionali chiare e condivise, in grado di guidare i professionisti nella gestione appropriata della terapia orale negli anziani.