Una metanalisi, pubblicata su Annals of Internal Medicine, ha evidenziato che il rapporto albumina-creatinina urinario (UACR) rappresenta un indicatore lievemente ma significativamente più preciso del rischio di insufficienza renale rispetto al rapporto proteina-creatinina urinario (UPCR). Il vantaggio dell’UACR risulta particolarmente evidente nei soggetti con malattia renale cronica (CKD), confermandone il valore clinico come parametro di riferimento per la stratificazione del rischio renale.
La valutazione della proteinuria è un passaggio fondamentale nella diagnosi e nel monitoraggio della CKD, poiché un aumento dell’escrezione di proteine urinarie segnala un danno glomerulare e si associa a un maggior rischio di progressione della malattia e di eventi cardiovascolari.
Oggi la misurazione della proteinuria si basa principalmente su due rapporti calcolati da campioni estemporanei di urina: l’UACR, che quantifica la quantità di albumina, e l’UPCR, che misura l’escrezione proteica totale. Questi parametri hanno sostituito la raccolta urinaria delle 24 ore per motivi di praticità, anche se l’uso dell’uno o dell’altro varia a seconda dei contesti clinici: l’UACR è più frequentemente utilizzato nei soggetti con diabete mellito, mentre l’UPCR trova maggiore impiego nei disordini plasmacellulari, come il mieloma multiplo.
Lo studio, condotto dal Chronic Kidney Disease Prognosis Consortium (CKD-PC), ha analizzato i dati individuali di 148.994 partecipanti provenienti da 38 studi clinici e osservazionali, nei quali erano disponibili misurazioni concomitanti di UACR e UPCR. Le associazioni tra i due rapporti urinari e gli outcome clinici, insufficienza renale ed eventi cardiovascolari, sono state valutate mediante modelli di regressione di Cox a rischi proporzionali e successivamente integrati in una metanalisi.
Nel corso di un follow-up mediano di 3,8 anni sono stati registrati 9.773 casi di insufficienza renale. Entrambi gli indicatori urinari hanno mostrato una relazione con il rischio di progressione della CKD, ma la correlazione è risultata più forte per l’UACR. L’hazard ratio aggiustato per incremento di una deviazione standard era pari a 2,55 per l’UACR e a 2,40 per l’UPCR, con una differenza statisticamente significativa. L’associazione più marcata dell’UACR è stata riscontrata soprattutto nei pazienti con albuminuria superiore a 30 mg/g, con UPCR oltre 500 mg/g, con eGFR ridotto, diabete mellito o diagnosi di glomerulonefrite.
Per quanto riguarda gli esiti cardiovascolari, i due indici hanno mostrato prestazioni complessivamente simili. Tuttavia, nei soggetti con albuminuria moderata o severa, l’UACR ha evidenziato associazioni leggermente più forti. Secondo gli autori, questo risultato suggerisce che le proteine non albuminiche non contribuiscono in modo sostanziale alla stratificazione del rischio cardiovascolare, mentre l’albuminuria riflette più direttamente i meccanismi fisiopatologici che collegano la CKD alle patologie cardiovascolari.
Gli autori segnalano alcuni limiti della ricerca: le misurazioni di UACR e UPCR, sebbene eseguite lo stesso giorno, potevano provenire da campioni urinari diversi; inoltre, le coorti analizzate erano state reclutate in periodi differenti, con possibili eterogeneità nella gestione clinica e nelle terapie adottate. Infine, l’utilizzo di campioni urinari “spot” invece di raccolte temporizzate potrebbe aver introdotto una certa variabilità nella misura della proteinuria.
Nel complesso, l’UACR emerge come un marcatore più affidabile per la previsione dell’insufficienza renale rispetto all’UPCR, specialmente nei pazienti con proteinuria elevata o con malattia renale più avanzata.
Un approccio uniforme basato sull’UACR potrebbe migliorare la comparabilità dei dati, semplificare il monitoraggio dei pazienti e favorire una gestione più coerente e accurata della CKD. Queste evidenze supportano quindi l’impiego preferenziale dell’UACR per la valutazione e la stratificazione del rischio renale, in linea con gli sforzi internazionali di standardizzazione dei test di albuminuria.