Clinica
Neurologia
18/11/2025

Depressione, studio italiano chiarisce il meccanismo che riduce l’attività dei neuroni prefrontali

Uno studio del Nico-Unito descrive come la depressione riduca l’attività dei neuroni della corteccia prefrontale mediale, indicando nuovi possibili bersagli terapeutici

neurone

Uno studio del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (Nico) dell’Università di Torino chiarisce il meccanismo attraverso cui la depressione riduce l’attività dei neuroni della corteccia prefrontale mediale, area cerebrale centrale nella regolazione delle emozioni e della risposta allo stress. La ricerca è pubblicata su Scientific Reports.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la depressione colpisce il 5% della popolazione adulta mondiale. La comprensione incompleta delle sue basi biologiche ha limitato finora l’efficacia dei trattamenti disponibili. Lo studio del Nico sposta l’attenzione dai tradizionali deficit serotoninergici ai deficit di attività neuronale nella corteccia prefrontale mediale.

Nei modelli animali sottoposti a stress cronico, i ricercatori hanno osservato che i neuroni piramidali dello strato due/tre diventano meno eccitabili e mostrano un maggiore adattamento della frequenza di scarica. Questo rende più difficile per le cellule mantenere l’attività elettrica necessaria per integrare gli stimoli provenienti da altre aree cerebrali.

“Abbiamo scoperto che nelle cavie suscettibili allo stress cronico, i neuroni della corteccia prefrontale perdono parte della loro capacità di rispondere in modo sostenuto agli stimoli eccitatori”, spiega Anita Maria Rominto, ricercatrice del Nico e prima autrice dello studio. Secondo gli autori, questo deficit potrebbe rappresentare una base cellulare della ridotta attività prefrontale osservata nei pazienti con depressione.

Le analisi elettrofisiologiche indicano che la minore eccitabilità è associata a un aumento dei meccanismi di adattamento mediati dai canali del potassio. Il gruppo di ricerca ha rilevato un innalzamento della soglia di attivazione e un’accentuazione della iperpolarizzazione postuma, due fenomeni che ostacolano la generazione e il mantenimento dei potenziali d’azione.

“Questi risultati suggeriscono che un’iperattività di specifici canali del potassio possa contribuire alla disfunzione della corteccia prefrontale nei disturbi depressivi”, affermano Filippo Tempia ed Eriola Hoxha, ricercatori del Nico e ultimi autori dello studio. “Comprendere questo meccanismo apre nuove prospettive per lo sviluppo di terapie mirate a normalizzare l’attività neuronale”.

La ricerca si è basata su un modello validato di stress da sconfitta sociale cronica. Solo le cavie suscettibili hanno mostrato evitamento sociale e ridotta eccitabilità neuronale, mentre quelle resilienti non presentavano alterazioni, suggerendo un legame diretto tra vulnerabilità allo stress e deficit funzionali della corteccia prefrontale.

La corteccia prefrontale mediale è una delle aree più coinvolte nella depressione. Le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva che la interessano, come la stimolazione magnetica transcranica, hanno già dimostrato efficacia antidepressiva. I risultati dello studio forniscono una base biologica a queste osservazioni e indicano i canali del potassio come potenziali bersagli farmacologici per future terapie.

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