L’uso prolungato dei glucocorticoidi orali, essenziale nel trattamento di numerose patologie croniche immunomediate e infiammatorie, rappresenta la principale causa di osteoporosi secondaria e iatrogena. Secondo una revisione pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology, circa il 3% della popolazione adulta assume questi farmaci e fino al 50% dei pazienti trattati a lungo termine presenta osteoporosi o fratture.
La perdita ossea compare precocemente, già nei primi mesi di terapia, con un aumento del rischio di frattura documentato entro 3–6 mesi dall’inizio del trattamento. I meccanismi patogenetici sono complessi: i glucocorticoidi favoriscono l’osteoclastogenesi, riducono l’attività osteoblastica e alterano il metabolismo del calcio, causando riassorbimento osseo e sarcopenia fino nel 60% dei casi.
La valutazione del rischio osseo dovrebbe precedere ogni trattamento cronico. La densitometria ossea (DXA) è il metodo di riferimento, raccomandato per i pazienti sopra i 40 anni trattati per oltre tre mesi, ma tende a sottostimare il rischio di frattura nella GIOP. Per una stima più accurata, può essere integrata con marcatori biochimici di turnover osseo.
Le linee guida internazionali indicano come misure preventive uno stile di vita attivo, un adeguato apporto di calcio e proteine e la correzione della carenza di vitamina D. Dal punto di vista farmacologico, la terapia di prima linea resta quella con bifosfonati (alendronato, risedronato, zoledronato). Quest’ultimo si è dimostrato più efficace nel preservare la densità minerale ossea, pur richiedendo cautela nei pazienti anziani o con insufficienza renale.
Il denosumab è un’alternativa per chi ha ridotta funzionalità renale, ma la sua sospensione espone al rischio di fratture da rimbalzo. Nei pazienti ad alto rischio, le linee guida della European Calcified Tissue Society raccomandano la teriparatide, agente osteoanabolizzante.
La ricerca sta esplorando nuove strategie, come anticorpi bispecifici contro sclerostina e dickkopf-1, e molecole innovative come il neuropeptide CCN3, capace di stimolare l’attività osteoblastica.
Gli autori sottolineano che la gestione della GIOP deve essere personalizzata e multidisciplinare, con un monitoraggio continuo della salute ossea e muscolare. L’arrivo di nuovi farmaci biologici e agenti mirati al metabolismo osseo potrebbe contribuire a ridurre l’impatto di una condizione che compromette gravemente la qualità di vita dei pazienti cronici.
https://www.thelancet.com/journals/landia/article/PIIS2213-8587(25)00251-7/fulltext