Un recente studio pubblicato su Brain Medicine ha aperto nuovi scenari nella lotta contro l’accumulo di microplastiche nel corpo umano. I ricercatori della Technische Universität Dresden hanno testato l’utilizzo dell’aferesi terapeutica, una procedura medica in grado di filtrare particelle microscopiche dal sangue, per la possibile rimozione di microplastiche e nanoplastiche.
Un crescente corpo di evidenze mostra che le microplastiche, particelle comprese tra 1 micrometro e 5 millimetri (e le ancora più piccole nanoplastiche), sono ormai ubiquitarie nell’ambiente e presenti anche nel corpo umano, incluso il cervello.
Recenti ricerche riportano la loro identificazione nei vasi sanguigni cerebrali, cellule immunitarie, placca arteriosa, feci e placenta. Nei modelli animali, l’esposizione cronica a nanoplastiche ha dimostrato effetti neurotossici, tra cui infiammazione cerebrale e deficit mnemonici. Uno studio italiano pubblicato sul New England Journal of Medicine ha collegato la presenza di microplastiche nelle arterie a un rischio maggiore di infarto, ictus e mortalità complessiva (per approfondire cliccare qui).
Attualmente, le prove che le microplastiche vengano effettivamente eliminate dal corpo dopo l’ingestione sono limitate: un piccolo studio del 2011 ha suggerito che la sudorazione indotta potrebbe aiutare a eliminare composti come il bisfenolo A (BPA).
In team, guidato da Stefan Bornstein, ha ora valutato il potenziale della aferesi terapeutica — una tecnica di filtrazione del sangue — per la rimozione di microplastiche. I ricercatori hanno valutato la procedura su pazienti affetti da encefalomielite mialgica/sindrome da fatica cronica (ME/CFS) analizzando i fluidi di scarto tramite spettroscopia infrarossa. Sono state rilevate firme chimiche compatibili con poliammidi e poliuretani, suggerendo la rimozione di plastica industriale dal circolo sanguigno. La tecnica è in grado di catturare particelle fino a 200 nanometri, circa 5000 volte più piccole di un millimetro. Ciò suggerisce che le microplastiche possano essere state rimosse dal sangue dei pazienti.
Tuttavia, lo studio non ha quantificato la rimozione complessiva né confrontato i livelli pre- e post-aferesi. Inoltre, gli autori sottolineano che strutture proteiche biologiche possono interferire con i risultati. Sono necessarie ulteriori ricerche su larga scala per confermare questi dati preliminari.
Dal punto di vista clinico, è molto difficile stabilire un legame diretto tra esposizione a microplastiche ed effetti negativi sulla salute. La strategia più efficace resta quindi la prevenzione: “La difficoltà della ricerca inizia già con il tracciamento degli effetti delle microplastiche. Ci dobbiamo concentrare sulla riduzione dell’esposizione alle microplastiche. Meglio evitare l’esposizione fin dall’inizio” ha detto Nicholas Fabiano, medico all’Università di Ottawa e co-autore di un articolo di commento correlato pubblicato sempre su Brain Medicine.
Per affrontare il problema, i ricercatori hanno proposto lo sviluppo di nuovi strumenti per valutare il rischio alimentare, come un indice dietetico delle microplastiche. “Proponiamo lo sviluppo di un Indice Dietetico delle Microplastiche che possa essere integrato con gli attuali strumenti di valutazione dei rischi alimentari per stimare l’esposizione alle microplastiche in base ai tipi di alimenti consumati”.