La diagnosi precoce del diabete di tipo 1 e l’applicazione concreta della legge 130/2023 sono stati al centro del Congresso “Panorama Diabete 2025”, dove clinici, ricercatori e rappresentanti delle istituzioni hanno rilanciato un messaggio chiaro: oggi è possibile predire, prevenire e proteggere, ma servono azioni coordinate per rendere operative le innovazioni già disponibili.
Tra i temi emersi, il ruolo chiave della definizione degli stadi preclinici del diabete tipo 1, ora ufficialmente inclusi nelle linee guida ADA 2025. Come ha spiegato la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid), “nel diabete tipo 1 si riconoscono tre stadi: il primo con normoglicemia e almeno due autoanticorpi, il secondo con disglicemia, e il terzo con iperglicemia conclamata”.
Queste evidenze derivano da grandi studi internazionali come TEDDY e BABYDIAB, che hanno dimostrato come la presenza precoce di autoanticorpi, soprattutto nei soggetti con HLA a rischio, rappresenti un indicatore predittivo estremamente affidabile.
“L’età d’esordio, il genotipo e la progressione glicemica – ha aggiunto Buzzetti – sono oggi elementi fondamentali per distinguere tra differenti fenotipi ed endotipi della malattia. In particolare, alcuni marker immunologici come gli anticorpi anti-interferone α potrebbero migliorare la diagnosi del diabete autoimmune dell’adulto (LADA), confermando la crescente complessità del quadro clinico”.
Queste acquisizioni hanno dato slancio alla legge 130/2023, che introduce uno screening volontario per il diabete tipo 1 in età pediatrica fino ai 17 anni. Tuttavia, come ribadito durante il congresso, la legge rischia di restare inapplicata senza risorse dedicate e una strategia di comunicazione efficace.
“Serve l’impegno di tutti: pediatri, medici di famiglia, istituzioni – ha dichiarato Buzzetti –. È fondamentale che i genitori comprendano l’importanza dello screening per identificare la malattia prima della comparsa dei sintomi”.
Anche il presidente Amd Riccardo Candido ha espresso preoccupazione per la scarsa conoscenza della norma tra gli operatori sanitari:
“Molti colleghi non conoscono la legge. Abbiamo la responsabilità di colmare questo gap informativo, altrimenti sprecheremo un’occasione unica per trasformare una buona legge in una buona pratica”.
Altro tema emerso è la necessità di definire percorsi di follow-up per i soggetti positivi al test, comprendendo esami di approfondimento, esenzioni e supporto psicologico. Un passaggio indispensabile per tradurre lo screening in un reale percorso di prevenzione.