Il 10 febbraio si celebra la Giornata internazionale dell’epilessia, una delle patologie neurologiche più diffuse, con oltre 550mila persone colpite in Italia. Ogni anno si registrano 30mila nuovi casi e circa il 40% dei pazienti è farmacoresistente. A livello globale, l’epilessia interessa oltre 50 milioni di persone.
In occasione della giornata, la Società italiana di neurologia (Sin) ribadisce il proprio impegno per sensibilizzare l’opinione pubblica e migliorare le condizioni dei pazienti.
«La persona con epilessia deve poter condurre una vita normale, accedere all’istruzione, allo sport e al lavoro come chiunque altro», ha dichiarato Angelo Labate, ordinario di neurologia all’Università di Messina e coordinatore del Gruppo di Studio Epilessia della Sin.
La Sin ha promosso congressi, incontri con esperti e audizioni parlamentari per migliorare la gestione della patologia e contrastare pregiudizi ancora radicati. «Auspichiamo una sinergia tra società scientifiche e associazioni di pazienti per affrontare il problema dello stigma anche nei tavoli legislativi», ha aggiunto Labate.
L’epilessia è causata da un’attività elettrica cerebrale anomala e si manifesta con episodi di perdita di coscienza, convulsioni o sensazioni improvvise, come lampi di luce o ricordi passati. «È una malattia “democratica” perché colpisce senza distinzioni di sesso, etnia o ceto sociale», ha spiegato Labate.
Le cause possono essere genetiche o multifattoriali. Nell’anziano l’epilessia è spesso associata a malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, o a fattori metabolici e disimmuni. Prevenire significa evitare possibili fattori scatenanti, tra cui alterazioni del ciclo sonno-veglia, abuso di alcol o sostanze stupefacenti e stimoli luminosi intensi.
Negli ultimi anni, la ricerca ha portato allo sviluppo di oltre 30 farmaci anticrisi, con le molecole di terza generazione che offrono migliori risultati in termini di efficacia e tollerabilità. Altre opzioni includono la chirurgia dell’epilessia, la neurostimolazione cerebrale e la dieta chetogenica.
«Il compito dello specialista è individuare la terapia più adatta a ciascun paziente», ha concluso Labate. «Oggi disponiamo di un solo farmaco in grado di modificare la malattia, ma nei prossimi due o tre anni potrebbero arrivare nuove terapie capaci di agire sul decorso della patologia e non solo sui sintomi».