Nessuna regione del mondo raggiungerà entro il 2050 l'obiettivo di eliminazione del tumore della cervice uterina fissato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), se le tendenze attuali saranno confermate. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Medicine, che prevede un aumento globale dei nuovi casi del 20,2% e dei decessi del 39,3% entro il 2050, nonostante la disponibilità di strumenti di prevenzione come la vaccinazione contro il papillomavirus umano (Hpv) e lo screening.
La ricerca è stata condotta da una rete internazionale di ricercatori coordinati dalla University of Washington di Seattle, nell'ambito del progetto Global Burden of Disease. Gli autori hanno analizzato l'incidenza, la mortalità e la perdita di salute associate al tumore della cervice uterina in circa 200 Paesi, utilizzando i dati raccolti tra il 1990 e il 2023 per elaborare proiezioni fino al 2050.
Secondo le stime riportate nello studio, nel 2023 si sono registrati a livello mondiale circa 887.000 nuovi casi di tumore della cervice uterina e 369.000 decessi. Entro il 2050 le diagnosi annuali potrebbero raggiungere 1,08 milioni, mentre i decessi potrebbero salire a 522.000.
Le differenze geografiche risultano particolarmente marcate. L'impatto maggiore è previsto nell'Africa subsahariana, dove la mortalità potrebbe aumentare del 95,4% e superare i 200.000 decessi annuali entro il 2050. La regione concentrerebbe quindi una parte rilevante dell'aumento globale previsto.
Le proiezioni indicano inoltre che, mantenendo le tendenze attuali, nessuna regione raggiungerebbe entro il 2050 la soglia di eliminazione stabilita dall'Oms, fissata a meno di quattro nuovi casi ogni 100.000 donne all'anno. Il risultato riguarda una neoplasia per la quale sono disponibili interventi preventivi attraverso la vaccinazione anti-Hpv e i programmi di screening.
Gli autori richiamano in particolare le disuguaglianze nell'accesso alla prevenzione e alle cure. «Il tumore della cervice uterina è il simbolo delle profonde disuguaglianze socioeconomiche e dei fallimenti strutturali nel mettere al centro la salute femminile», affermano i ricercatori.
«Nonostante la disponibilità di misure altamente efficaci, l'incidenza e la mortalità rimangono elevate nelle fasce a basso e medio reddito, rendendo questa patologia ampiamente prevenibile una delle principali cause di mortalità femminile a livello mondiale», concludono gli autori.
I risultati si basano su modelli di proiezione elaborati a partire dai dati epidemiologici disponibili fino al 2023. Gli aumenti stimati per il 2050 descrivono quindi uno scenario futuro e non rappresentano dati già osservati.