Sono state pubblicate sulla rivista Neurological Sciences 55 raccomandazioni per riorganizzare l'assistenza alle persone con malattia di Alzheimer in Italia, in vista dell'introduzione delle nuove terapie modificanti il decorso della malattia. Il documento di consenso del progetto Rapid (Revolutionizing Alzheimer's Patient care model. Initiatives Driving the future) propone una rete articolata su tre livelli: servizi territoriali, centri Spoke e centri Hub, con un coordinamento regionale dedicato.
Il progetto, realizzato con il supporto di Eisai Italia, ha coinvolto 13 esperti di diverse discipline e un rappresentante dei pazienti. Le raccomandazioni sono state elaborate a partire dall'analisi dei percorsi assistenziali in sette centri italiani, dalla revisione dei modelli nazionali e internazionali e da una valutazione condotta con il metodo Rand/Ucla Appropriateness Method.
Secondo le stime 2025 di Alzheimer Europe riportate nella nota, in Italia circa 1,4 milioni di persone convivono con una demenza, di cui circa 600.000 con Alzheimer. La presa in carico fa riferimento ai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd), con differenze regionali nelle risorse disponibili e nell'accesso alla diagnostica avanzata.
Il modello proposto assegna al medico di medicina generale la prima valutazione cognitiva e della fragilità e l'orientamento verso i servizi appropriati. I centri Spoke effettuano le valutazioni cliniche, neuropsicologiche e neuroradiologiche e garantiscono la continuità assistenziale. I centri Hub completano la diagnosi, valutano l'eleggibilità alle nuove terapie e, se autorizzati, ne gestiscono prescrizione, somministrazione e monitoraggio.
«Il modello proposto non introduce nuove strutture. Valorizza quelle esistenti, definendo con chiarezza ruoli, criteri di invio e meccanismi di coordinamento tra i diversi livelli di cura», sottolinea Alessandro Padovani, professore all'Università di Brescia e direttore della Neurologia all'Asst Spedali Civili di Brescia.
Per l'accesso alle nuove terapie, il documento raccomanda requisiti uniformi per i centri Hub, protocolli condivisi di risonanza magnetica, valutazione neuropsicologica e refertazione dei biomarcatori. Prevede inoltre l'introduzione progressiva dei biomarcatori plasmatici e l'utilizzo della telemedicina per favorire il coordinamento tra i servizi.
«Intervenire precocemente richiede una diagnosi tempestiva, una selezione appropriata dei pazienti e un monitoraggio strutturato», afferma Mario Zappia, professore all'Università degli Studi di Catania e presidente della Società italiana di neurologia.
Per l'attuazione del modello, gli autori indicano la necessità di designare formalmente i centri Hub e Spoke, adottare percorsi diagnostico-terapeutici condivisi e rafforzare i servizi territoriali, con il coinvolgimento delle autorità sanitarie nazionali e regionali.