Non esiste una tecnologia per il diabete universalmente migliore: esiste quella più adatta a ciascuna persona, e il sui successo va misurato sui benefici clinici, psicologici e di qualità di vita individuali, non sul numero di utilizzatori. È il messaggio centrale del position statement congiunto dell'European Association for the Study of Diabetes e dell'American Diabetes Association, a firma di Bruttomesso e colleghi, pubblicato su Diabetes Care e ultimo di una serie iniziata circa dieci anni fa.
La tecnologia oggi è in rapida evoluzione, dalla glicemia capillare ai microinfusori, ai sistemi di monitoraggio continuo (CGM) fino ai sistemi di erogazione automatica dell'insulina (AID), in cui un algoritmo usa i dati del CGM per modificare la somministrazione. Il documento di consenso sintetizza le evidenze disponibili e le traduce in indicazioni sul modo di scegliere e implementare i dispositivi, prendendo in considerazione età, tipo di diabete, terapia insulinica, stile di vita, capacità cognitive e manuali, alfabetizzazione sanitaria e digitale, condizioni socio-economiche, preferenze, distress e burnout, accesso alle cure e competenze del caregiver.
Nel diabete di tipo 1 la posizione è netta: gli autori ritengono che l'AID debba essere considerato lo standard di riferimento, perché migliora tutte le metriche senza aumentare l'ipoglicemia e può ridurre il carico psicologico. Nel tipo 2 cresce l'evidenza dell'utilità del CGM, in alcuni contesti, anche in chi non usa insulina, risultati simili sono descritti, in modo iniziale, con l'AID, che però non va esteso automaticamente a tutti ma valutato rispetto a costi, carico tecnologico e obiettivi.
Sul piano economico gli autori ricordano che il costo della tecnologia comprende dispositivo, materiale di consumo, formazione e tempo del personale, ma va confrontato con quello evitato di ipoglicemie, accessi in pronto soccorso, ricoveri e complicanze. Il dato più citato è australiano: la copertura pubblica del CGM nei giovani con diabete di tipo 1 ha portato l'utilizzo dal 5% al 79% in due anni. Resta il rischio di aggravare le disuguaglianze, perché chi ha più istruzione, risorse e competenze digitali ottiene più facilmente il dispositivo migliore, e i bias impliciti dei professionisti possono far proporre meno la tecnologia a persone ritenute “meno capaci”: per questo i criteri tradizionali del buon candidato, come l'aderenza e la capacità d'uso, non devono diventare barriere arbitrarie, e si propone una lista di tecnologie essenziali per i contesti con poche risorse.
Due aspetti sottovalutati completano il quadro. Le reazioni cutanee, come dermatiti e allergie ai cerotti, possono far fallire un dispositivo eccellente dal punto di vista metabolico, e il carico psicologico non sempre diminuisce, perché allarmi, notifiche e attenzione quotidiana restano anche con l'AID e il diabete non scompare. Più automazione non significa meno educazione: un guasto dell'infusione nel tipo 1 può portare alla chetoacidosi e il paziente deve saper reagire. Il documento riconosce infine il contributo dei sistemi DIY AID nati dalle comunità dei pazienti.
La rilevanza è soprattutto organizzativa: comprare dispositivi senza avere professionisti capaci di usarli e interpretarli significa dare accesso alla tecnologia, ma a non buona assistenza. Servono formazione, personale, tempo, follow-up ed infrastrutture adeguate. Il futuro, concludono gli autori, non sarà semplicemente più tecnologia, ma tecnologia più personalizzata, più interoperabile, più semplice da usare e, soprattutto, accessibile a tutti.