Un attacco ischemico transitorio (TIA) ospedalizzato quasi raddoppia il rischio di sviluppare demenza nei decenni successivi, un'associazione che resta significativa anche quando si escludono dall'analisi i pazienti che hanno poi avuto un ictus conclamato. Lo dimostrano i risultati dello studio ARIC, pubblicati su Neurology, che offrono la prima evidenza solida su scala di popolazione di un legame finora documentato solo da studi più piccoli, eterogenei per definizione di esposizione e orizzonte temporale troppo breve.
I TIA sono episodi di sintomi neurologici focali di presunta origine vascolare senza infarto cerebrale permanente, ma circa un terzo degli eventi apparentemente transitori mostra in realtà segni di danno tissutale alla risonanza magnetica sensibile, ed è noto che rappresentano un campanello d'allarme per il successivo rischio di ictus ischemico. Meno chiaro restava finora il rischio di deterioramento cognitivo e demenza oltre quello attribuibile ai soli fattori di rischio vascolare condivisi, come ipertensione, fumo e diabete, soprattutto perché gli studi precedenti si erano concentrati su coorti piccole, trasversali o con follow-up limitato a pochi mesi, lasciando aperta la possibilità che il deterioramento cognitivo osservato precedesse in realtà il TIA stesso.
Lo studio ARIC ha arruolato 15.792 partecipanti tra 45 e 64 anni in quattro comunità statunitensi tra il 1987 e il 1989, seguiti attraverso visite di persona, chiamate telefoniche e sorveglianza di registri ospedalieri e di mortalità. Il campione analitico finale comprendeva 13.721 partecipanti senza storia di TIA ospedalizzato, ictus, cardiopatia coronarica, scompenso cardiaco o demenza al basale, con età media di 54 anni e 55,5% di donne. Durante un follow-up medio di 29 anni si sono verificati 536 TIA ospedalizzati, identificati tramite codici di dimissione ospedaliera in prima posizione per massimizzare la specificità diagnostica, mentre la demenza incidente è stata identificata attraverso valutazioni neurocognitive complete in presenza, test telefonici validati e codici diagnostici di dimissione o di decesso.
Il rischio di demenza incidente è risultato quasi raddoppiato nei pazienti con pregresso TIA rispetto a quelli senza (hazard ratio 1,96), dopo aggiustamento per dati demografici e fattori di rischio vascolare. I partecipanti con TIA presentavano inoltre un rischio di ictus marcatamente elevato (HR 8,14), un aumentato rischio di malattia cardiovascolare (HR 1,52), di mortalità per tutte le cause (HR 1,55) e di mortalità cardiovascolare (HR 1,82). Il dato più rilevante dal punto di vista clinico riguarda però un'analisi di sensibilità condotta restringendo il campione ai soli partecipanti con TIA che non avevano successivamente sviluppato un ictus: anche in questo sottogruppo il rischio di demenza è rimasto significativamente elevato (HR 1,67), dimostrando che l'associazione tra TIA e demenza non è semplicemente mediata dall'ictus come evento intermedio, ma rappresenta un rischio proprio dell'evento ischemico transitorio in sé.
Gli autori sottolineano come questi risultati, ottenuti in una delle coorti con il follow-up più lungo mai utilizzato per questo quesito, abbiano implicazioni dirette per la pratica clinica: oltre alla modifica dei fattori di rischio vascolare, già standard di cura dopo un TIA, i clinici dovrebbero considerare l'inserimento sistematico dello screening cognitivo nel percorso di follow-up post-TIA, superando l'attuale attenzione quasi esclusiva alla prevenzione secondaria dell'ictus. Lo studio aveva inoltre l'obiettivo di valutare eventuali differenze di rischio per razza e sesso, un aspetto rilevante vista la composizione della coorte ARIC, che include una quota significativa di popolazione afroamericana, storicamente sottorappresentata negli studi su TIA ed esiti cognitivi a lungo termine.