L'insonnia cronica non va più considerata soltanto un disturbo fastidioso che compromette la qualità della vita, ma un vero e proprio fattore di rischio modificabile per demenza, ictus, depressione e comportamento suicidario, da affrontare attivamente in un'ottica di prevenzione della salute cerebrale lungo tutto l'arco della vita. È la conclusione di una review pubblicata su Sleep Medicine Reviews dalla European Academy of Neurology.
L'insonnia cronica, che colpisce circa il 22% della popolazione generale con una prevalenza quasi doppia nelle donne rispetto agli uomini e che raggiunge quasi il 30% negli anziani, condivide con la demenza un possibile meccanismo patogenetico legato al sistema glinfatico, all'aumentato accumulo di proteine neurotossiche e a una sostenuta attivazione infiammatoria, elementi che la rendono un potenziale bersaglio terapeutico per le malattie neurodegenerative oltre che un semplice disturbo del sonno.
Gli autori hanno condotto una revisione sistematica della letteratura su MEDLINE ed EMBASE fino ad agosto 2025, includendo le revisioni sistematiche con metanalisi (SMRA) che valutavano l'insonnia come fattore predittivo di demenza, ictus, depressione, suicidio, morte, infortuni occupazionali e ospedalizzazione.
Sul fronte della demenza, tre metanalisi hanno confermato l'insonnia come predittore di demenza da qualsiasi causa, con stime di effetto comprese tra un OR di 1,53 e un HR 1,36, sebbene una quarta metanalisi non abbia raggiunto la significatività statistica; per la malattia di Alzheimer specificamente, tre metanalisi hanno riportato un rischio aumentato compreso tra RR 1,43 e HR 1,49, mentre per la demenza vascolare i risultati sono apparsi contrastanti. Un dato interessante, e per certi versi inatteso, è che negli studi primari che controllavano per l'uso di farmaci ipnotici, l'associazione tendeva a perdere significatività, un elemento che apre un interrogativo metodologico su quanto del rischio osservato sia attribuibile all'insonnia in sé piuttosto che al trattamento farmacologico utilizzato per gestirla.
Due metanalisi hanno prodotto risultati solidi sull'ictus, nove studi per un totale di 1.343.164 partecipanti hanno mostrato un hazard ratio di 1,26; sull'ospedalizzazione per qualsiasi causa, cinque studi per 517.620 partecipanti hanno mostrato un odds ratio di 1,28. Sul fronte degli infortuni occupazionali, i dati disponibili, provenienti da soli due studi su oltre 140.000 partecipanti, sono stati giudicati insufficienti per trarre conclusioni definitive, pur con un segnale di associazione con infortuni fatali non intenzionali e infortuni in itinere. Le metanalisi già pubblicate su depressione e comportamento suicidario hanno confermato in modo coerente l'insonnia come fattore predittivo per entrambi gli esiti, mentre nessuna associazione è emersa con la mortalità per tutte le cause.
Mancano però studi capaci di separare il ruolo farmacologico da quello dell'insonnia in sé.
Gli autori affermano comunque come i risultati possano avere risvolti clinici: l'insonnia va considerata un segnale di allarme da affrontare nel contesto di un intervento sullo stile di vita orientato alla salute cerebrale a tutte le età, specie quando riferita come condizione cronica. Tra i trattamenti disponibili, la terapia cognitivo-comportamentale per l'insonnia resta il trattamento di prima linea, in grado di normalizzare l'attività funzionale delle reti cerebrali, mentre gli antagonisti duali del recettore dell'orexina rappresentano un'alternativa per i pazienti che non rispondono alla CBT-I, che non sono disposti a completarla o per i quali altri trattamenti farmacologici risultano inappropriati, come nei pazienti con decadimento cognitivo o patologia polmonare.