Chi viene ricoverato in ospedale per un'infezione acuta corre un rischio più elevato di ricevere una diagnosi psichiatrica o neurologica nei due anni successivi, indipendentemente dal distretto corporeo colpito. Lo dimostra un ampio studio multicoorte pubblicato su JAMA Psychiatry.
I ricercatori hanno condotto uno studio osservazionale retrospettivo utilizzando le cartelle cliniche elettroniche della rete statunitense TriNetX. Sono stati identificati oltre un milione di pazienti ricoverati tra il 2014 e il 2018 per un'infezione acuta, confrontandoli con pazienti ricoverati per altre patologie e con soggetti della popolazione generale.
Per ridurre il più possibile l'influenza di fattori di confondimento, ogni paziente è stato abbinato a un controllo con caratteristiche demografiche e cliniche sovrapponibili, considerando 92 variabili, tra cui età, sesso, comorbidità, condizioni socioeconomiche, vaccinazioni e terapie pregresse. I ricercatori hanno quindi verificato se, tra un mese e due anni dopo il ricovero, comparissero nuove diagnosi neurologiche o psichiatriche, confrontando il rischio tra le diverse tipologie di infezione. Durante il follow-up gli autori hanno valutato la comparsa di 14 disturbi neurologici e psichiatrici, analizzando come il rischio variasse in base al tipo di infezione e all'età dei pazienti.
I risultati mostrano che, rispetto ai controlli ricoverati per altre cause, i pazienti con infezione hanno avuto un rischio significativamente più alto per la maggior degli esiti considerati. L'aumento relativo più marcato è stato osservato per l'encefalite: chi era stato ricoverato per un'infezione aveva una probabilità circa cinque volte superiore di sviluppare questa complicanza rispetto a chi era stato ricoverato per un'altra causa. L'aumento assoluto più consistente, invece, ha riguardato i deficit cognitivi, che si sono confermati l'esito con il maggior peso in termini di nuovi casi attribuibili all'infezione.
Nel confronto diretto tra i diversi tipi di infezione, le encefaliti infettive sono risultate il principale fattore di rischio per la maggior parte dei disturbi analizzati, risultando tra i primi tre fattori di rischio in dodici dei quattordici esiti considerati. Altri tipi di infezione si sono invece associati a rischi più specifici: le infezioni cardiache al rischio di emorragia intracranica e ictus ischemico, le meningiti a deficit cognitivi ed epilessia, le infezioni sessualmente trasmissibili a disturbi psicotici, dell'umore e demenza, le infezioni respiratorie a disturbi neuromuscolari e ansia. Il rischio è legato a un gradiente d'età: più contenuto nei più giovani, più marcato negli adulti di mezza età e, soprattutto, negli anziani.
Gli autori sottolineano che lo studio non può dimostrare un nesso di causalità diretto e resta soggetto a possibili fattori di confondimento residuo, oltre a essere limitato ai casi abbastanza gravi da richiedere il ricovero. Tra i meccanismi ipotizzati per spiegare l'associazione figurano il danno diretto al tessuto cerebrale, l'infiammazione sistemica, l'alterazione della barriera emato-encefalica, il danno vascolare e l'attivazione immunitaria, ma anche gli effetti indiretti legati alla gravità della malattia acuta e all'ospedalizzazione stessa.
"Questi risultati offrono la prima mappa che collega le infezioni di diverse parti del corpo alle loro possibili conseguenze neurologiche e psichiatriche", ha commentato Maxime Taquet, primo autore dello studio.
Al di là dell'interesse clinico immediato lo studio propone anche una possibile applicazione per la preparazione a future epidemie: conoscere il distretto corporeo colpito da un nuovo agente infettivo potrebbe permettere di anticipare, almeno in parte, quali complicanze cerebrali attendersi, come già osservato retrospettivamente per il SARS-CoV-2.