Clinica
Caffè
27/07/2026

Caffeina e rischio cardiovascolare, che cosa indicano le evidenze

Una revisione su Circulation rileva effetti diversi in base a dose, fonte e caratteristiche individuali, con possibili benefici a consumi moderati e rischi alle dosi elevate

chicchi-di-caffè

La caffeina è una delle sostanze psicoattive più consumate al mondo. Presente in numerosi prodotti naturali e disponibile anche in forma sintetica pura, rappresenta un elemento centrale nella dieta quotidiana di milioni di persone. La maggior parte delle ricerche condotte sull’uomo è di tipo osservazionale e si concentra su bevande e alimenti che la contengono, soprattutto il caffè e il tè. Le relazioni tra caffeina, fattori di rischio cardiovascolare e malattie cardiometaboliche sono complesse e variabili, influenzate sia dalla matrice alimentare in cui la caffeina è assunta sia dalle caratteristiche individuali dei consumatori. Inoltre, gli effetti acuti differiscono spesso da quelli cronici, delineando un quadro fisiopatologico non lineare.

Le evidenze disponibili suggeriscono che il consumo di prodotti naturalmente ricchi di caffeina si associa a una relazione a forma di J inversa con la pressione arteriosa: dosi moderate sembrano esercitare un effetto neutro o lievemente favorevole, mentre quantità molto elevate possono determinare incrementi pressori. I dati riguardanti il diabete sono meno coerenti, ma il consumo abituale di caffè è stato ripetutamente associato a una riduzione del rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2, verosimilmente attraverso meccanismi antinfiammatori e modulazioni del metabolismo glucidico.

Per quanto riguarda il profilo lipidico, non emerge una relazione chiara tra caffeina e lipidi plasmatici. Tuttavia, è noto che il consumo di caffè non filtrato aumenta i livelli di colesterolo LDL, un effetto attribuito ai diterpeni presenti nella bevanda e non alla caffeina in sé. Sul versante delle malattie cardiovascolari, la caffeina — studiata principalmente nel contesto del caffè — risulta associata a un rischio invariato o ridotto di coronaropatia e scompenso cardiaco. Studi randomizzati condotti su consumatori abituali di caffè caffeinato hanno mostrato che quest’ultimo riduce il rischio di fibrillazione atriale, pur aumentando la frequenza delle extrasistoli ventricolari, un dato che sottolinea la complessità degli effetti elettrofisiologici della sostanza.

Le evidenze relative all’ictus sono relativamente consistenti: un consumo moderato di caffeina, ancora una volta prevalentemente attraverso il caffè, si associa a un rischio inferiore di eventi cerebrovascolari. Al contrario, le conoscenze sugli effetti cardiovascolari di dosi elevate di caffeina, come quelle contenute nelle bevande energetiche, sono limitate ma generalmente indicano un potenziale danno, con aumento della pressione arteriosa, alterazioni del ritmo cardiaco e possibili eventi avversi acuti.

Nel complesso, la letteratura suggerisce che la caffeina, assunta attraverso prodotti naturali e in quantità moderate, non solo non aumenta il rischio cardiovascolare, ma può associarsi a effetti protettivi in diversi ambiti cardiometabolici. Tuttavia, il contesto di assunzione, la dose e la suscettibilità individuale rimangono determinanti cruciali per interpretare correttamente il suo impatto sulla salute.

Circulation. 2026 Jul 20. doi: 10.1161/CIR.0000000000001454. Epub ahead of print. 

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42473796/ 

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