Quasi sei psicologi italiani su dieci (58,8%) utilizzano già strumenti di Intelligenza artificiale nella pratica professionale e oltre la metà dei pazienti (55%) vi ricorre per affrontare aspetti emotivi e relazionali, dalla solitudine alla ricerca di informazioni diagnostiche. È il quadro che emerge dalla prima indagine nazionale promossa dal Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi (Cnop), presentata alla Camera dei deputati e realizzata su un campione di 5.906 professionisti. Un cambiamento ormai in atto, che la categoria guarda con interesse ma anche con la richiesta di regole, formazione e riferimenti etici. Secondo la survey, l'Intelligenza artificiale è impiegata prevalentemente per attività di supporto, come la gestione documentale, la ricerca scientifica e gli adempimenti amministrativi, mentre resta ancora limitato l'utilizzo nelle attività direttamente connesse alla relazione di cura, come psicodiagnostica, supervisione e intervento terapeutico.
L'indagine evidenzia però come l'IA sia già entrata nel setting clinico attraverso i pazienti. Il 55,04% degli psicologi riferisce infatti che le persone assistite utilizzano chatbot e altri strumenti di IA per gestire emozioni, affrontare la solitudine o cercare informazioni su sintomi e possibili diagnosi. Un fenomeno che, secondo il Cnop, apre interrogativi clinici, etici e deontologici sul ruolo di questi strumenti nel percorso di cura. Tra i principali rischi percepiti dai professionisti, il 79,45% indica l'illusione di cura e il rischio di autodiagnosi, ovvero la possibilità che l'Intelligenza artificiale venga considerata un sostituto del professionista, ritardando l'accesso a un percorso psicologico qualificato. Seguono la riduzione della relazione umana (65,4%), la dipendenza emotiva dai chatbot (52,6%) e la diffusione di contenuti inesatti o non verificati (47,1%). Nonostante queste criticità, prevale un atteggiamento di apertura: il 75,89% degli intervistati dichiara di guardare all'IA con curiosità, mentre il 36,2% prova timore e solo il 7,5% manifesta un rifiuto esplicito. Gli ostacoli più rilevanti all'integrazione della tecnologia sono la carenza di formazione specifica (62,03%), le questioni etiche (57,63%) e l'assenza di linee guida condivise (54,48%). Il dato che il Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi considera più significativo riguarda però la formazione: l'86% dei professionisti si dichiara disponibile a partecipare a percorsi dedicati all'utilizzo consapevole dell'Intelligenza artificiale in psicologia. Per il Cnop, la richiesta della categoria è quella di accompagnare la transizione digitale attraverso formazione qualificata, linee guida nazionali e un quadro etico condiviso.
“Questa è la prima indagine nazionale che misura il rapporto tra psicologi e Intelligenza artificiale generativa”, ha sottolineato Valentina Di Mattei, consigliera nazionale del Cnop e referente del gruppo di lavoro "Intelligenza artificiale: innovazione, applicazione ed etica". “Per la prima volta disponiamo di dati che consentono di superare impressioni e timori, comprendendo come la tecnologia stia già entrando nella pratica professionale e nella relazione di cura. Da qui vogliamo partire per costruire formazione, linee guida e strumenti che accompagnino un'innovazione responsabile”. Tra le priorità indicate dall'Ordine figurano la definizione di linee guida nazionali per l'utilizzo dell'IA nella professione psicologica, il rafforzamento della supervisione umana nei processi decisionali, lo sviluppo di competenze etiche e critiche, il potenziamento della formazione continua e il sostegno alla ricerca sull'applicazione dell'Intelligenza artificiale alla salute mentale.