Attualità
COVID
11/06/2026

Covid, con smart working più isolamento e disagio mentale. Lo studio

Analizzati i dati di oltre 568mila lavoratori statunitensi. Chi svolge attività compatibili con il lavoro da remoto ricorre più spesso ai servizi di salute mentale, soprattutto se vive da solo

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L'esplosione dello smart working dopo la pandemia potrebbe aver avuto un impatto negativo sulla salute mentale di milioni di lavoratori. A lanciare l'allarme è uno studio pubblicato su Science, che ha analizzato i dati di oltre 568mila statunitensi e rilevato un aumento significativo dell'isolamento sociale, del disagio psicologico e del ricorso ai servizi di salute mentale tra i lavoratori impiegati in professioni compatibili con il lavoro da remoto. La ricerca, firmata da Natalia Emanuel della Federal Reserve Bank di New York insieme ad Amanda Pallais dell'Università di Harvard ed Emma Harrington dell'Università della Virginia, ha esaminato cinque indagini rappresentative della popolazione americana condotte tra il 2011 e il 2024. Gli autori hanno confrontato il periodo precedente alla pandemia (2011-2019) con quello successivo (2022-2024), escludendo gli anni dell'emergenza sanitaria.

I risultati mostrano che i lavoratori che possono svolgere la propria attività a distanza hanno registrato, nel periodo post-Covid, un incremento molto più marcato del tempo trascorso in solitudine rispetto ai colleghi che operano esclusivamente in presenza. Parallelamente è stato osservato un peggioramento degli indicatori di benessere mentale e un aumento dell'utilizzo di servizi specialistici e di prescrizioni legate alla salute mentale. Secondo l'analisi, gran parte dell'aumento del disagio psicologico registrato nella popolazione lavorativa dopo la pandemia è associato proprio alle professioni che consentono il lavoro da remoto. I lavoratori di questi settori risultano infatti più propensi a rivolgersi a uno specialista della salute mentale rispetto a chi svolge mansioni esclusivamente in presenza. L'impatto appare particolarmente severo per le persone che vivono sole. In questo gruppo, i livelli di disagio mentale sono aumentati fino a passare, in media, da una condizione sperimentata "qualche volta" a una percepita "per la maggior parte del tempo". Un dato che, secondo gli autori, suggerisce come la perdita delle interazioni quotidiane garantite dall'ambiente di lavoro possa rappresentare un importante fattore di rischio per il benessere psicologico.

Lo studio si inserisce in un contesto di forte trasformazione del mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, ricordano gli autori, nel 2019 il lavoro da casa rappresentava appena il 7% delle giornate lavorative complessive. Nel 2023 la quota è salita al 28%, quadruplicandosi nel giro di pochi anni. I ricercatori precisano tuttavia che i risultati non devono essere interpretati come una condanna dello smart working. Lo studio non distingue infatti tra lavoro completamente remoto e modelli ibridi e non consente di valutare gli adattamenti che i lavoratori potrebbero sviluppare nel lungo periodo per contrastare l'isolamento sociale. Anche per questo gli esperti invitano a evitare conclusioni semplicistiche. Il problema non sarebbe il lavoro da remoto in sé, ma il modo in cui viene organizzato. Tra le possibili strategie indicate figurano il coordinamento delle giornate in presenza per i lavoratori ibridi, la promozione di occasioni di confronto informale tra colleghi e una maggiore attenzione ai dipendenti che operano stabilmente a distanza. "La lezione non è riportare tutti in ufficio, ma progettare meglio il lavoro", osservano gli studiosi.

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