Professione medica
Medicina interna
08/06/2026

Medicina interna, Simi e Fadoi: servono terapie semintensive nei reparti

Le società scientifiche chiedono di aggiornare i criteri di accreditamento dei reparti. Secondo uno studio SIMI-FADOI, il 60% dei ricoverati presenta un'intensità di cura medio-alta

Gli specialisti a confronto oggi al Meeting Nazionale “La Terapia Semintensive in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente

I reparti di Medicina Interna devono poter disporre di aree di terapia semintensiva riconosciute formalmente per rispondere alla crescente complessità clinica dei pazienti ricoverati. È la richiesta avanzata da SIMI (Società Italiana di Medicina Interna) e FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), insieme a SIMEU, ACEMC e all'Università di Bologna, durante il Meeting Nazionale “La Terapia Semintensiva in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente”, che si è svolto il 5 giugno a Bologna.

Secondo le società scientifiche, i requisiti di personale medico e infermieristico dei reparti di Medicina Interna sono ancora regolati da decreti ministeriali del 1988, che classificano queste strutture come reparti a bassa intensità di cura.

«Negli anni ’80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni», ha affermato Nicola Montano, presidente SIMI. «Oggi la realtà è radicalmente mutata: uno studio congiunto SIMI-FADOI pubblicato nel 2025 dimostra che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio-alta».

Montano ha sottolineato che gli internisti gestiscono frequentemente pazienti che durante il ricovero sviluppano condizioni acute, tra cui edema polmonare, insufficienza respiratoria, sepsi e shock settico. Per questo motivo, secondo SIMI e FADOI, i reparti dovrebbero poter contare su letti dotati di monitoraggio avanzato e su personale dedicato, all'interno di strutture semintensive integrate nella Medicina Interna.

Attualmente il riconoscimento di queste unità avviene in modo disomogeneo sul territorio nazionale e dipende dalle singole realtà regionali.

«Siamo consapevoli delle attuali difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, legate in primis alla carenza e al difficile reperimento di personale infermieristico», ha aggiunto Montano. «La richiesta formale e immediata alle istituzioni è però quella di ottenere prima di tutto il diritto e il riconoscimento giuridico della possibilità di averle».

Dal confronto di Bologna è nata la proposta di elaborare un documento sullo stato dell'arte delle terapie semintensive internistiche e delle medicine d'urgenza. Il dossier sarà presentato ad AGENAS e al Ministero della Salute per chiedere il riconoscimento strutturale di queste unità all'interno del Servizio sanitario nazionale.

Durante il meeting è stato affrontato anche il tema delle competenze necessarie per operare in contesti ad alta intensità assistenziale. Tra i “core clinical tasks” discussi figurano la ventilazione non invasiva, il monitoraggio emodinamico, l'ecografia bedside POCUS e la gestione delle emergenze cardio-respiratorie.

Secondo le società scientifiche, l'evoluzione clinica dei pazienti ricoverati richiede un aggiornamento dei requisiti organizzativi e formativi della Medicina Interna, con standard coerenti con l'attuale livello di complessità assistenziale.

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