L’arrivo dei biomarcatori ematici e delle nuove terapie per la malattia di Alzheimer sta modificando profondamente l’organizzazione dell’assistenza neurologica e potrebbe rendere necessario un ripensamento dei modelli di presa in carico e accesso ai servizi. È quanto sostiene un articolo pubblicato su JAMA Neurology da Jeffrey M. Burns e colleghi.
Secondo gli autori, la disponibilità di biomarcatori basati su sangue e dei nuovi trattamenti anti-amiloide sta cambiando la gestione clinica dell’Alzheimer, consentendo diagnosi più precoci e oggettive, soprattutto nella fase di decadimento cognitivo lieve, quando le terapie potrebbero avere maggiore efficacia clinica.
Questo cambiamento, osserva il lavoro, rischia però di accentuare uno dei principali limiti già presenti nell’assistenza alle demenze: l’accesso ai servizi specialistici. Le liste d’attesa nei centri dedicati ai disturbi cognitivi, la carenza di neurologi esperti e le differenze territoriali nell’offerta di servizi lasciano infatti molti pazienti senza valutazioni e controlli tempestivi, in particolare nelle aree rurali e nei contesti sanitariamente più fragili.
Secondo gli autori, il modello tradizionale basato quasi esclusivamente sui centri specialistici potrebbe non essere sostenibile nel nuovo scenario terapeutico. L’articolo propone quindi modelli assistenziali più distribuiti e integrati, con un maggiore coinvolgimento della medicina territoriale, della telemedicina e di percorsi diagnostici standardizzati.
Tra i cambiamenti destinati a incidere maggiormente sulla pratica clinica vengono indicati l’utilizzo crescente dei biomarcatori ematici, la necessità di identificare precocemente i pazienti candidabili alle nuove terapie e il monitoraggio nel tempo dei soggetti con decadimento cognitivo lieve. Gli autori sottolineano inoltre l’importanza di rafforzare l’integrazione tra neurologia, cure territoriali e servizi diagnostici.
Secondo il lavoro pubblicato su JAMA Neurology, la trasformazione della cura dell’Alzheimer non dipenderà soltanto dall’arrivo di nuovi farmaci, ma anche dalla capacità dei sistemi sanitari di adattare rapidamente organizzazione, percorsi clinici e risorse professionali a una domanda destinata ad aumentare.
L’articolo evidenzia infine la necessità di investire nella formazione dei professionisti e nella costruzione di reti assistenziali capaci di ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure.
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