Un "caschetto" con oltre mille ultrasuoni che colpisce con precisione millimetrica le aree cerebrali responsabili del tremore, senza bisturi né impianti chirurgici. È la nuova frontiera nel trattamento del Morbo di Parkinson resistente ai farmaci e del tremore essenziale sperimentata al Policlinico Universitario Luigi Vanvitelli, primo ospedale del Sud Italia ad adottare questa tecnologia. I primi 10 pazienti trattati, quattro con Parkinson e sei con tremore essenziale, hanno registrato un recupero funzionale immediato, con una riduzione del tremore compresa tra l’80% e il 100%. Altri cinque pazienti saranno sottoposti a breve alla procedura, mentre una decina è attualmente in fase di screening. "Il Parkinson limitava quasi del tutto la mia autonomia, dopo la terapia a ultrasuoni il tremore è sparito", racconta Mauro Sellitto, ingegnere 72enne di Caserta tra i primi pazienti trattati. "Oggi riesco di nuovo a guidare, scrivere, usare le posate e farmi la barba".
La procedura sfrutta ultrasuoni focalizzati guidati da risonanza magnetica. Il paziente indossa un casco speciale all’interno dello scanner e resta sveglio durante tutto il trattamento, che dura mediamente tra le tre e le quattro ore. Gli ultrasuoni vengono diretti verso una piccola area cerebrale coinvolta nei disturbi del movimento, provocando una lesione mirata che interrompe il circuito responsabile del tremore. "Il beneficio motorio è immediato e controllabile in tempo reale", spiega Alessandro Tessitore, direttore della Neurologia dell’Azienda ospedaliera universitaria Vanvitelli e presidente della Limpe-DisMov. "Questa tecnologia migliora radicalmente la qualità di vita dei pazienti, con risultati non solo immediati ma anche stabili nel tempo". Secondo i dati di follow-up citati dal team napoletano, il controllo dei sintomi può mantenersi significativo anche a cinque anni dal trattamento, pur con la possibilità di una parziale ricomparsa legata alla progressione naturale della malattia. La nuova metodica rappresenta un’alternativa non invasiva alla stimolazione cerebrale profonda, che richiede invece l’impianto chirurgico di elettrodi nel cervello. La selezione dei pazienti resta però rigorosa e viene effettuata attraverso valutazioni neurologiche e neuroradiologiche approfondite.
"Questo approccio terapeutico rappresenta un significativo miglioramento in termini di sicurezza, appropriatezza clinica e qualità della vita", sottolinea Gianfranco Nicoletti. Per il direttore generale dell’Aou Vanvitelli Mario Iervolino, la disponibilità della tecnologia contribuisce anche a ridurre la migrazione sanitaria dal Mezzogiorno. La tecnica potrebbe presto ampliare ulteriormente le sue indicazioni. "Recenti evoluzioni stanno dimostrando benefici anche in pazienti con Parkinson senza tremore predominante, ma con rigidità e rallentamento motorio", aggiunge Tessitore. "Un’opportunità terapeutica concreta quando la terapia farmacologica non è più sufficiente".