La standardizzazione delle procedure di raccolta, conservazione e processamento dei campioni biologici è fondamentale per garantire l’affidabilità dei biomarcatori utilizzati nella ricerca sull’Alzheimer e sulle altre malattie neurodegenerative. È quanto emerge dalle nuove linee guida pubblicate su Alzheimer’s & Dementia dal Biofluid Biomarkers Best Practices Workgroup del National Alzheimer's Coordinating Center (NACC) e della rete degli Alzheimer's Disease Research Centers (ADRC). Il documento, che aggiorna le precedenti raccomandazioni del 2014, nasce dalla necessità di armonizzare le procedure per la diagnosi di deterioramento cognitivo lieve o demenza.
Negli ultimi anni i biomarcatori ottenuti da sangue e liquido cerebrospinale (CSF), come beta-amiloide, tau fosforilata, GFAP e neurofilamento leggero (NfL), hanno assunto un ruolo crescente nella diagnosi precoce e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer. La variabilità pre-analitica è oggi riconosciuta come la principale fonte di errore nei dosaggi di biofluid: numerosi fattori possono influenzarne la misurazione, riducendo la comparabilità dei risultati tra studi e centri differenti. Con la disponibilità di farmaci anti-amiloide che richiedono la misurazione di biomarcatori plasmatici per l'eleggibilità e il monitoraggio del trattamento, la standardizzazione dei metodi cessa di essere una questione tecnica e diventa fondamentale per la pratica clinica.
Per la puntura lombare, il documento raccomanda l'uso di aghi atraumatici e il metodo a goccia per gravità per la raccolta di Aβ e tau, con scarto dei primi 1-2 mL per limitare la contaminazione ematica. I campioni devono essere raccolti preferibilmente dalle 8:00 alle 11:00 di mattina. I campioni freschi non devono essere centrifugati né mescolati; la conservazione a breve termine è indicata a 2-8°C fino a 14 giorni.
Il documento dedica attenzione a variabili spesso trascurate nella pratica: l'ordine di prelievo dei tubi (dal meno al più ricco di additivi, per evitare contaminazioni), il volume morto negli aliquot, l'emolisi e la lipemia. Il documento sconsiglia l'aggiunta di inibitori di proteasi ai campioni destinati alla biobanca condivisa, per evitare effetti non prevedibili su analisi future. Lo studio evidenzia anche gli effetti dei cicli ripetuti di congelamento e scongelamento. I livelli di Aβ42 diminuiscono significativamente già dopo due cicli freeze-thaw, mentre il neurofilamento leggero può aumentare artificialmente se conservato a −20 °C anziché a −80 °C. Anche biomarcatori come GFAP e tau risultano sensibili alle condizioni di conservazione.
Gli autori raccomandano quindi una lavorazione rapida dei campioni, idealmente entro due ore dalla raccolta, l’utilizzo di provette in polipropilene a basso legame proteico e la conservazione a −80 °C o in azoto liquido per gli stoccaggi prolungati.
Particolare attenzione viene posta anche ai fattori biologici del paziente che possono influenzare i biomarcatori, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, esercizio fisico, farmaci, alimentazione e sonno. Gli autori raccomandano di registrare sistematicamente queste variabili durante la raccolta dei campioni.
Le linee guida sottolineano inoltre l’importanza di procedure standardizzate di centrifugazione, tempi uniformi di processamento e monitoraggio continuo delle temperature di conservazione, inclusi sistemi di allarme per eventuali guasti dei congelatori
Secondo i ricercatori, l’armonizzazione internazionale delle procedure pre-analitiche rappresenta un passaggio essenziale per migliorare la riproducibilità degli studi e favorire l’utilizzo clinico dei biomarcatori nella diagnosi e nella stratificazione dei pazienti con Alzheimer.
Gli autori evidenziano infine che l’espansione delle tecnologie ad alta sensibilità e dei biomarcatori ematici renderà sempre più necessaria una standardizzazione rigorosa per supportare future applicazioni cliniche e terapeutiche.