«Per la prima volta dopo venti anni cambia uno standard di cura rimasto stabile». Con queste parole Domenica Lorusso, direttore del Programma di ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X di Milano, ha commentato l’estensione dell’immunoterapia in prima linea a tutte le pazienti con carcinoma endometriale avanzato o ricorrente, presentata a Milano durante una conferenza stampa.
L’aggiornamento riguarda l’impiego dell’immunoterapia in associazione a carboplatino e paclitaxel indipendentemente dallo stato di mismatch repair, ampliando la platea di pazienti candidabili alla combinazione terapeutica. In precedenza l’approccio era indicato principalmente nelle forme con deficit del mismatch repair o instabilità dei microsatelliti, pari a circa il venti-trenta per cento dei casi.
Il carcinoma dell’endometrio rappresenta la neoplasia ginecologica più frequente e in Italia si stimano circa diecimila nuovi casi ogni anno. Nella maggior parte delle pazienti la diagnosi avviene in fase iniziale, ma l’eterogeneità biologica della patologia determina una quota rilevante di tumori aggressivi o metastatici che richiedono trattamenti sistemici.
«I tumori dell’endometrio non sono tutti uguali, ma comprendono almeno quattro entità biologicamente distinte con diversa aggressività», ha spiegato Lorusso. «Se consideriamo le forme aggressive fin dall’esordio e quelle che recidivano o metastatizzano, arriviamo a circa il quaranta-quarantacinque per cento dei casi in fase avanzata».
Per oltre due decenni lo standard terapeutico in questo setting è rimasto sostanzialmente basato sulla chemioterapia con carboplatino e paclitaxel. L’introduzione dell’immunoterapia in combinazione ha progressivamente modificato questo scenario, dimostrando benefici sulla sopravvivenza libera da progressione e sulla sopravvivenza globale.
«In queste pazienti l’aggiunta dell’immunoterapia riduce del settanta per cento il rischio di progressione o morte», ha ricordato la specialista riferendosi al sottogruppo dMMR. «Ma per la maggioranza delle donne esisteva ancora un bisogno terapeutico insoddisfatto».
L’estensione dell’indicazione coinvolge ora anche le pazienti con profilo pMMR/MSS. «Il beneficio è inferiore rispetto alle forme dMMR, ma rimane clinicamente significativo», ha sottolineato Lorusso. «Parliamo di una riduzione del trenta per cento del rischio di progressione e del ventuno per cento del rischio di morte, con un incremento mediano della sopravvivenza globale di sette mesi».
Secondo la specialista il dato assume rilievo clinico anche alla luce del significato della sopravvivenza mediana, che implica la presenza di pazienti con benefici più prolungati rispetto alla stima centrale. «Il messaggio è che si apre una nuova base su cui costruire ulteriori progressi e sviluppi terapeutici».
La disponibilità dell’immunoterapia per tutte le pazienti con malattia avanzata consolida quindi un cambiamento già avviato nella pratica clinica e orienta le future strategie di ricerca. «L’impiego precoce dell’immunoterapia rappresenta oggi una delle principali direttrici di sviluppo nel trattamento del carcinoma endometriale», ha concluso Lorusso.