“Mente e cervello sono una sola salute: serve una medicina One Health che non lavori a silos, ma con un approccio integrato e multidisciplinare”. Parte da questa affermazione Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Brescia e past president della Società italiana di Neurologia (Sin), ai microfoni di Sanità33, a margine della presentazione dell’indagine «Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani», realizzata dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia. Secondo Padovani, il paradigma One Health applicato al cervello non rappresenta una novità teorica, ma un’impostazione già riconosciuta a livello istituzionale. “Io non ho inventato nulla, in realtà il Ministero della Salute ha già fatto proprio il concetto esteso di One Health”, sottolinea. “Quando parliamo di One Health riferito alle malattie neurologiche e alle malattie mentali intendiamo affermare che c’è bisogno di una visione comunitaria rispetto a questi due perimetri e di lavorare sui determinanti che li accomunano”.
Il legame tra salute mentale e patologie neurologiche è ormai consolidato. “Non c’è dubbio che la depressione sia un fattore di rischio per alcune malattie neurologiche” e “non c’è dubbio che molte malattie del cervello si esprimano attraverso un disturbo mentale”, osserva Padovani. Ma, precisa, “questa è solo una parte della realtà”. “La parte più importante è che molti fattori di rischio sono condivisi”, spiega il neurologo. “Il cervello si esprime sia attraverso alcune malattie neurologiche note, come la cefalea o l’epilessia, ma anche attraverso un disturbo della relazione con gli altri, un disturbo personale, una condizione di sofferenza”. Da qui la necessità, ribadita più volte, di “trovare un modo comune di affrontare le questioni”. Padovani richiama anche il cambiamento in atto nel Paese, sia sul piano strutturale sia su quello della consapevolezza collettiva. “Oggi siamo qui a testimoniare che è molto cambiata la struttura del nostro Paese, ma anche la consapevolezza”, afferma. “La politica risponde alle sollecitazioni: il Piano nazionale sulla salute mentale è un grande successo dal punto di vista dell’informazione e dell’educazione, e il Tavolo delle demenze testimonia non solo un impegno economico, ma anche un reale interesse”. Da qui l’invito a superare frammentazioni e duplicazioni. “Cerchiamo di non tenere separati questi tavoli – insiste – e di cominciare a lavorare in termini integrati, non solo a livello sanitario, ma anche a livello socio-assistenziale”.
I risultati dell’indagine Censis, cui Padovani ha contribuito come membro del board scientifico, mostrano come oltre il 60% degli italiani continui a ritenere che salute mentale e salute del cervello non coincidano. Un dato che convive però con una crescente attenzione individuale e collettiva al tema. “Promuovere il benessere mentale significa innanzitutto porre l’attenzione nell’agenda delle persone”, spiega. “Far capire che si può stare bene anche con la malattia”. Il benessere mentale, aggiunge, “deve essere un’attenzione e un’azione che va alimentata, curata e gestita in una prospettiva dinamica”, tenendo conto dei molteplici fattori che incidono sulla salute della persona. “Io parlo da neurologo – prosegue – e sento la necessità di offrire alle persone che hanno malattie incurabili uno sguardo più ampio, centrato sulla persona e sul suo benessere”. Un’impostazione in linea con la visione dell’Organizzazione mondiale della sanità. “L’Oms parla di coincidenza tra salute mentale e salute del cervello e parla di benessere”, ricorda Padovani. “Noi dobbiamo perseguire il benessere degli individui indipendentemente dalla malattia, lavorando sulla prevenzione: una prevenzione ambientale, ma anche personale”. In conclusione, per Padovani “ogni persona deve lavorare per prevenire l’eventuale comparsa di malattie che possono alterare il proprio benessere”.
Anna Capasso