Quasi il 76% dei nuclei familiari in cui è presente un adulto con prediabete ha almeno un altro componente con fattori di rischio o segni di diabete. È quanto emerge da uno studio osservazionale pubblicato su JAMA Network Open, basato sull’analisi di dati di cartella clinica elettronica.
Nella coorte analizzata, che includeva 356.626 adulti con prediabete e 364.563 conviventi identificati tramite copertura assicurativa e indirizzo, la presenza di fattori di rischio è risultata pari al 64,6% negli adulti e al 35% nei bambini. Il fattore più frequente era sovrappeso o obesità, riscontrato nel 54,9% degli adulti e nel 34,8% dei minori.
Tra gli adulti conviventi con una persona con prediabete, il 32,5% presentava valori glicemici anomali, il 20,3% un quadro di prediabete e il 12,2% evidenze di diabete. Sono emerse inoltre comorbilità rilevanti, con ipertensione nel 19% dei casi e dislipidemia nel 16,1%.
Secondo gli autori, guidati da Tainayah Thomas, PhD, MPH, della Stanford University School of Medicine, i dati indicano che il rischio metabolico tende a concentrarsi all’interno dei nuclei familiari e che i sistemi sanitari potrebbero utilizzare le cartelle cliniche elettroniche per identificare e intercettare in modo più precoce i conviventi a rischio, favorendo strategie di prevenzione coordinate a livello familiare.
Un commento di accompagnamento firmato da Rohit Vashisht, PhD, della University of California, San Francisco, osserva che i programmi di prevenzione del diabete sono tradizionalmente centrati sull’individuo, mentre un approccio orientato alla famiglia potrebbe consentire interventi più integrati. Tra le criticità segnalate figurano barriere logistiche, costi, continuità dell’adesione e determinanti sociali, oltre alla necessità di adattare infrastrutture informative e modelli organizzativi.
Lo studio ha utilizzato dati raccolti tra il 2022 e il 2023, definendo il prediabete come glicemia a digiuno compresa tra 100 e 125 mg/dL associata a un indice di massa corporea pari o superiore a 25. Tra i limiti indicati dagli autori figurano la possibile sottostima della dimensione reale dei nuclei familiari e una valutazione incompleta di alcuni fattori di rischio.