All’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è stata trattata una donna di 34 anni ad alto rischio di sviluppare diabete tipo 1 con teplizumab, anticorpo monoclonale che può ritardare l’esordio clinico della malattia. Secondo quanto riferito dall’ospedale, si tratta di uno dei primi casi in Italia di terapia somministrata a pazienti adulti.
Da fine 2024, in attesa del via libera dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), il trattamento è disponibile nel nostro Paese per pazienti selezionati con diabete tipo 1 in stadio 2 (prediabete) e con almeno due anticorpi anti-beta cellula, su indicazione dello specialista e previa approvazione del Comitato etico.
La paziente è stata sottoposta a infusione endovenosa di teplizumab per 14 giorni con monitoraggio clinico quotidiano. La terapia, riferisce l’Asst, è stata ben tollerata, con alcuni lievi effetti collaterali già noti. Terminato il periodo di osservazione, la donna è stata dimessa in buone condizioni cliniche e proseguirà nei prossimi mesi i controlli per valutarne l’efficacia.
Teplizumab agisce sul sistema immunitario riducendo l’aggressività dei linfociti T e rallentando la distruzione delle cellule beta pancreatiche. Studi clinici internazionali, ricorda la struttura, hanno mostrato la capacità del farmaco di ritardare mediamente di circa due anni l’esordio clinico del diabete tipo 1.
Il trattamento è stato effettuato sotto la supervisione di Nicolò Borella, diabetologo dell’Unità di Malattie Endocrine-Diabetologia, con il supporto del personale della Medicina interna diretta da Roberta Caldara e dell’équipe del Day hospital della Diabetologia.
“Questo trattamento rappresenta un importante passo avanti verso una diabetologia sempre più orientata alla prevenzione”, afferma Roberto Trevisan, direttore dell’Unità di Malattie Endocrine-Diabetologia. “L’introduzione di terapie immunomodulanti segna un cambiamento significativo nella prevenzione del diabete di tipo 1”.
L’ospedale sottolinea inoltre che le prospettive di impiego del farmaco riguardano anche l’ambito pediatrico. La legge 130/2023 prevede infatti l’attivazione di un Piano nazionale di screening per individuare, in determinate fasce d’età, soggetti a rischio attraverso la ricerca dei marcatori di danno beta cellulare.